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Chicago, città di vento e Blues - foto : Chicago © Luca Serra
Chicago © Luca Serra

Chicago, città di vento e Blues

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Trentacinque minuti di metro dall’aeroporto al centro. Sfreccia sollevata rispetto al livello della strada, qualcosa che mi ricorda un film di fantascienza.

Fuori il vento gelido sibila da ogni direzione, le prime luci notturne si moltiplicano in lontananza, scintille di colore dentro ad una schiera di palazzi e grattacieli, ed è solo una piccola parte della città.

Arrivato a Chicago, in zona Roosvelt, poco lontano dal mio albergo, mi accorgo di non essere esattamente nel centro della città, sono appena fuori.

Il profilo di Chicago si rispecchia nel ventre piatto del Lago Michigan, che per contorni e forme somiglia più ad un mare calmo, mi sforzo infatti di cercare i suoi confini, ma lo sguardo si perde all’orizzonte, e non è un caso che Chicago possa vantare due grandi spiagge di sabbia.

Immagino che d’estate ci si possa confondere e sognare per un istante di essere stesi su una di quelle spiagge californiane rese celebri dal telefilm Baywatch. Ma il clima, mio malgrado, è tremendamente glaciale. Il vento quasi mi fa lacrimare gli occhi, e appena posso mi rifugio all’interno di qualche edificio pubblico nel centro città.

Il “loop”, così è chiamata la rete metropolitana centrale, forma un vero e proprio anello di rotaie attorno al nucleo di Chicago. Lì entro nella vecchia biblioteca, ora ufficio turistico, e conosco lo spirito pulsante della città. La musica. Si respira musica ad ogni ora del giorno, e proprio nella hall dell’ufficio turistico incrocio l’esibizione di un duo jazz a ora di pranzo.

Ufficio turistico, che per i maniaci del cinema, ricorderà una famosa scena de Gli intoccabili (1987). Chicago è un vero e proprio palcoscenico, e mi viene da sorridere, vedendo passare per le strade un bus nero, crivellato di fittizi colpi di pistola e marchiato da una scritta bianca sul lato: “the Untouchables tour”. Quattro ruote che ripercorrono tutti gli angoli di città apparsi nel film. Per me che ho sempre preferito i fratelli del Blues, Elwood e Jake, è un piacere passeggiare sotto la rete metropolitana ricostruendo con la mente l’inseguimento in macchina tra i Blues Brothers e la polizia.

La città si estende lungo i chilometri di pista ciclabile del lungo lago, tra le distese verdi di Grant Park e Lincoln Park, oasi di naturale relax nella fibrillante elettricità metropolitana. Chicago si estende così tanto da obbligarmi a sfruttare l’unico modo possibile per tenerla tutta sotto gli occhi. Salire in cima alla Sears Tower, da poco rinominata Willis Tower, l’edificio più alto della città e degli Stati Uniti. 443 metri di brillante vetro e solido acciaio ad infrangere il cielo. Non esagero, dato che dal centotreesimo piano, vedo le nuvole sotto di me, evaporare contro l’edificio.

Cammino dentro quel grande salone panoramico molleggiando sulle note di Sweet Home Chicago, vero e proprio inno della città, suonato a ripetizione un po’ dappertutto. Appoggiato al vetro ho quasi le vertigini, il lago Michigan è sempre lo sconfinato tappeto d’acqua che avevo imparato a conoscere. La città dilaga sotto i miei occhi e illuminandosi col calare del sole, mi trasmette tutta la sua immensità. Una pioggia di coriandoli di luce si accende per le strade e oltre i grattacieli, dove i palazzi si fanno più piccoli fino a diventare villette.

Rimango col fiato sospeso e la città di notte, vista dall’alto sembra Gotham city, possiede un fascino misterioso e magico allo stesso tempo. Mi rendo conto di quanto dovrò ancora camminare per esplorare le innumerevoli strade della città del vento. Questo è il suo soprannome, più che azzeccato, visto che il vento mi scorta non appena rimetto piede all’esterno. C’è da camminare ancora molto, ma so che, quando vorrò fare una pausa, troverò già pronto un altro giro di Blues.

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LIBRI

New York, la città più frenetica al mondo

"Come sopravvivere ai newyorchesi" di Tiziana Nenezic - Cooper, 2008

Sulla strada

"Sulla strada" di Jack Kerouac - Mondadori, 2006



2 commenti a “Chicago, città di vento e Blues”

  • Barbara alle ore 6:08 pm scrive:

    Leggendo, sento il vento freddo e la musica che mi riscalda…Complimenti!

  • Giacomo alle ore 5:38 pm scrive:

    Nonostante il freddo che in questo periodo immagino “immobilizzante”, mi vien voglia di tornarci anche adesso. Ben bardato in un cappotto imbottito, fasciato da una sciarpa e con in testa un berretto alla Michael Scofield, neve permettendo, una bella steak da Gene & Georgetti, una jam session da Andy’s e un aperitivo al 96° piano del “Big John” varrebbero già il viaggio! E naturalmente, una serata sarebbe alla House of Blues…

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