Ci sono posti in cui il tempo è un’altra cosa. Non è quello scandito dagli orologi o da quella routine quotidiana che porta lentamente alla follia. Ci sono posti, piccoli puntini spersi sul mappamondo, dove il tempo nemmeno esiste.
Uno di questi luoghi è sicuramente Cayo Caulker, nel Belize, piccolo stato del Centro America in cui si parla inglese. L’isola è piccola, piccolissima. I turisti scarsi e gli abitanti ancora meno.
Il clima sociale è quello giamaicano; qui gli uomini sono per la maggior parte muscolosi e riscuotono gran successo presso il pubblico femminile occidentale.
Il ritmo dei giorni, quello dei mesi e quello degli anni è scandito unicamente dall’infrangersi delle onde di un mare dai riflessi ultraterreni.
Arrivo all’isola dalla ex capitale, da Belize City, dopo aver attraversato il confine con il Guatemala e viaggiato per almeno tre ore. Alle volte capita di non rendersi conto di aver varcato la soglia di un paese. Alle volte non cambia nulla nel paesaggio.
Ma dal Guatemala al Belize, invece, il cambiamento è immediatamente brusco. Abbandono il monotono paesaggio guatemalteco, comunque fascinoso, per affrontare l’eterogeneità del Belize.
Ricordi che portano alla Corsica, fiumi limpidissimi e cascate dall’acqua azzurrognola, alberi verdeggianti di ogni tipo e una strada che si inerpica, sempre diversa, su colline da sogno.
Per poi giungere all’anonima Belize City, capitale che i Beliziani ritengono una metropoli con i suoi appena 60.000 abitanti. Monza ne ha il doppio, Milano 70 volte tanto.
Comunque non vale la pena fermarsi qui. Capitale del paese fino al 1970, fu deciso di revocarle il titolo in favore di Belmopan, che si trova all’interno dell’isola.
E la dimenticanza politica si nota dal degrado delle strutture e dalla totale mancanza di attrattive. L’uragano Hattie, nel lontano 1961, devastò la città, e le cicatrici ancora si respirano profonde e dolorose.
E pure il mare non è niente di che. C’è un porto attivissimo ed è qui che fortunatamente mi imbatto nel sogno. Infatti, la mia fretta di andarmene da quella città fredda e mal vestita, mi porta a prendere il primo biglietto disponibile per una qualsiasi delle isole. Che in quel momento si chiama Caio Caulker.
Un’oretta di motonave e arrivo. Sono decine le isole che, frastagliate, formano una linea continua di fronte al Belize.
E se tutte hanno l’incanto di Cayo Caulker, allora Dio ha deciso di regalare ai Beliziani una sottile striscia di paradiso. Una sorta di anteprima.
Il paesaggio è da sogno, il solito del Mar dei Carabi. Palme, sabbia bianchissima e acque calde e lussureggianti. In più la flemma dei pochi abitanti infonde all’isola un’aurea di dolcissima purezza. Faccio amicizia con un locale che di lavoro “ha una barca a vela” (esattamente così mi ha detto lui).
Se voglio, mi dice, per 25 dollari beliziani mi porta a vedere gli squali e, forse, anche i delfini. Formo un piccolo gruppo per spartire le spese e parto con due Tedeschi e uno Statunitense. Si veleggia fino ad una straordinaria barriera corallina.
Il mio amico Yuon ferma il mezzo e, sorridendo, prende a battere la chiglia con un bastone.
Come ad un richiamo al quale sono ormai abituati, gli squali si presentano con minacciose pinne marroni. Yuon butta loro del pesce sanguinolento e ci divertiamo a vedere quei cinque o sei predatori contendersi il maleodorante pranzo. Poi Yuon si butta in mare. Subito mi coglie un senso di svenimento, perché credo che sia caduto.
Il suo viso emerge dall’acqua e, sempre sorridendo, si infila il boccaglio. In mezzo alle pinne e al sangue dei pesci stritolati da quegli squaletti di appena un metro, mi guarda e mi fa segno di seguirlo nell’impresa che evidentemente ha già compiuto molte volte.
Con il cuore in gola sento il tonfo del mio corpo dentro le calde acque di Caio Caulker.





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