Viaggi
Luci al tramonto nel Mojave Desert © Silvia Carnio
California, nel silenzio del Mojave Desert
Come una neo-Alice nel paese delle meraviglie mi avvio in questo mondo sub-terrestre dove la catene dei miei pensieri affondano l’orizzonte mutevole di colori ad ogni attimo che passa. Non riesco a distinguere la fauna che svolazza, striscia e scappa. Non parlo per leggende metropolitane.
Il Mojave Desert si presenta così. In tutto il suo crudo e selvaggio splendore. Regione desertica della California (posizionata a un circa cento miglia nord-est di Los Angeles), è una delle due aree che compongono il celeberrimo Parco Nazionale di Joshua Tree (l’altra è Colorado Desert, a est).
Da qualche parte, in questi spazi che in Italia non saprei nemmeno immaginare, ci sono sparse miniere abbandonate. Dura la vita dei cercatori d’oro quando nell’800 giunsero qui carichi di speranze e sogni di ricchezza. Nomi molto suggestivi: Desert Queen Mine, Desert Queen Ranch” e “The lost horse Mine”.
Trentottomila chilometri inastonati fra la Sierra Nevada e i monti che chiudono la regione di Los Angeles verso il Pacifico. il Mojave, rispetto all’altra parte, è più alta e fresca, e caratterizzata da una larga distesa dei caratteristici alberi di Josuè. Bacini salati e scarssima presenza di piogge completano il panorama.
Una nuova notte in un’anonima camera di motel non mi fa impazzire. E questa immensità mi mette di un umore diverso. Mi tornano in menti le parole di un’amica, “il Joshua Tree è una meraviglia. Avrei una voglia matta di fare camping per quei parchi perchè l’emozione che ti danno insieme alla sensazione di libertà, miete poesia e reclama attenzione”.
Penso sia doveroso realizzare questo suo desiderio. Così, dimenticando uova col bacon, caffè e succo d’arancia, lascio la macchina appena fuori dalla strada. Accendo l’autoradio, alternando Alice in chains, U2 e Tom Petty. “Sbircio” di fuori in attesa che la notte faccia un sol boccone della mia sigaretta e annessi pensieri.
Incredibile il silenzio che regna. Decido di uscire, sfidando l’oscurità più totale. Mi sento mimetizzato nel buio che sovrasta. Guardate l’umanità, qui non ce n’è traccia. Mi affloscio in questo diario improvvisato di spiegazioni alle mie memorie. Sento poi un verso che non ritrovo nella conoscenza del mondo animale.
Forse è un coyote, o magari una lince. Spero solo di non incontrare il sibilo di un serpente a sonagli. Sì, quella è un’esperienza che vorrei proprio evitare. Rientro in automobile lasciando uno scorcio di finestrino aperto. Emblema della mia porta di casa. Emblema del mia prossima partenza.






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