È questa la terra dei contrasti. Dal tutto al nulla, e ritorno, nel giro di poche centinaia di chilometri. L’effetto è strano quando negli occhi hai l’imponenza di Los Angeles, lo stile di San Francisco, e dopo poco arrivi alla natura incontaminata dello Yosemite Park.
Le sequoie giganti, tipiche di questa riserva naturale, sono come frecce enormi sparate in cielo. Viste da sotto danno una vaga idea d’infinito. La natura, qui, è perfetta. Armonica. L’uomo non è arrivato con la sua opera di trasformazione.
Il silenzio, la pace del nulla, proseguono entrando nel deserto del Nevada. Quello che precede il miraggio che è Las Vegas. Tutto sembra oleoso, finto, nella città del gioco d’azzardo.
Ma c’è qualcosa di affascinante nell’entrare al Luxor a forma di piramide, al Caesar Palace, nel palazzo di Cenerentola, nel vedere ricostruita la Tour Eiffel, o nell’attendere che il vulcano di fronte ad uno degli alberghi della via principale erutti allo scoccare della mezzanotte. Più che una città è una fantasmagoria.
Inebriati, eccitati, frenetici: si rimane così per un po’ dopo essere passati qui, dopo aver puntato e perso qualche dollaro alla slot machine. Via, senza fiato, non c’è tempo di attendere oltre. Si parte per l’ultima avventura. Il Grand Canyon è nell’immaginario di tutti. Ma vederlo dal vivo sarà sicuramente un’altra cosa.
Uno squarcio, una ferita rosso fuoco nella terra. Il laborioso Colorado River, in milioni di anni, ha eroso, trasportato, mosso questa terra bordeaux. Ecco il risultato. Siamo su uno dei lati, su una torretta di controllo. Guardo con il binocolo e l’altra sponda sembra semplicemente irraggiungibile.
La mattina dopo, per gustarci al meglio lo spettacolo, abbiamo preso un piccolo aereo con non più di una dozzina di posti. La partenza, le ruote che si staccano dalla pista. Eravamo già là sopra e niente sembrava bello se paragonato a quello che stavamo vivendo.
Siamo scesi. Vedevamo le insenature, i pinnacoli, i differenti colori delle rocce. Tolsi le cuffie della guida audio, per un momento. Non c’erano parole per commentare, o concetti che aggiungessero qualcosa. Era pura esperienza visiva, una delle più incredibili che si possono fare in tutta la vita.
Eravamo di nuovo in macchina, con le ruote ben incollate all’asfalto reso molle dal calore. Quei diciassette giorni all’altro capo del mondo si stavano lentamente chiudendo. Come in un circolo, ricordavo l’atterraggio al Lax di Los Angeles. Ricordo la nuova partenza. Avevo in mano lo stesso libro, Treno di Panna, ormai concluso. Lessi le ultime righe.
«C’erano punti che lasciavano tracce filanti, bave di luce liquida; punti che si aggregavano in concentrazioni intense, fino a disegnare i contorni di un frammento di città e poi scomporli di nuovo, per separarsi e allontanarsi e perdersi sempre più nel buio. Li guardavo solcare gli spazi del tutto neri che colmavano inerti il vuoto, in attesa di assorbire qualche riflesso nella notte umida».
La terra dei contrasti ormai era un insieme di frammenti. Che nel tempo avrei rimesso insieme.





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