Trivella che percuote l’asfalto. Urla d’operai nel cantiere a cielo aperto. Sbuffi metallici di tram a passo da crociera. Il ponte Margherita di Budapest emette vibrazioni che irrompono su questo pomeriggio di fine estate come distorsioni radiofoniche. L’isola Margherita pare ancora un miraggio lontano.
Una serpentina umana si snoda da Szent Istvàn Körùt, una delle principali arterie stradali della città, fino alle transenne sul ponte. Sull’unica corsia di marcia, turisti entusiasti accompagnano la caccia all’inquadratura perfetta con sospiri estasiati, ben diversi da quelli dei residenti, indispettiti dal continuo blocco alla viabilità verso l’altra riva del Danubio.
Sarà, ma questa processione corredata da molesti rumori urbani, mi aliena come nella Metropolis di Fritz Lang. Solo una volta raggiunta l’isola, lascio alle spalle il trambusto cittadino, che diventa brusio, ovattato dalle fronde degli alberi. Le recinzioni lasciano posto, davanti a me, alla statua del Centenario.
Il monumento celebra l’unificazione della sponda di Buda con quella di Pest, avvenuta nel 1873: due steli concavi, simili a mani che si intrecciano, celano al loro interno i saperi del popolo di Budapest, che vanno difesi come un tesoro prezioso. A stemperare il tono solenne dell’area, un’aiuola variopinta ci ricorda che siamo al cospetto del parco più bello della città.
Un parco “galleggiante”, l’isola Margherita, vero polmone verde di Budapest. Prima conosciuta come Nyulak Szigete, isola dei conigli, cambiò il suo nome in onore della figlia del re Bela IV, Margit , che visse fino alla morte presso il convento delle domenicane, di cui restano ancora dei ruderi.
Lasciato il monumento al centenario, avverto piccole gocce d’acqua sul viso: come è possibile? Il sole splende alto nel cielo. Basta però che mi sposti di alcuni metri per scorgere una stupenda fontana musicale, che sta eseguendo la sua coreografia idrica sulle note dei Balli ungheresi di Brahms. Il pubblico attorno applaude divertito all’esibizione.
Passeggio lungo i viali alberati con una sensazione di pace interiore. Sulle piste ciclabili, risciò a conduzione familiare viaggiano spediti verso le proprie destinazioni. Mi fermo davanti ad alcune aiuole per immortalare l’incredibile caleidoscopio dei profumati fiori d’estate.
In lontananza, una torre in stile art nouveau attira la mia attenzione. La raggiungo e scopro un serbatoio idrico del 1911. La struttura a forma ottagonale e l’imponenza l’hanno fatta di diritto diventare uno dei patrimoni dell’Unesco. La sua ombra si diffonde benevola sul sottostante teatro aperto d’impronta greca.
Quando il sole si fa meno rovente sulle teste, costeggio l’isola lambita dal Danubio: davanti a me, nonostante le transenne sul ponte Margherita, il gioco prospettico permette alla cupola violacea del Parlamento a Pest di dialogare con quella verde pallido del Castello sulla rocca di Buda. Trovo questa immagine il vero monumento all’unificazione cittadina. Sorrido compiaciuta.





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