C’è un romanzo, “Le voci del mondo” di Robert Schneider, che vale senza dubbio la pena di portare nella valigia se si avesse intenzione di visitare la regione austriaca del Vorarlberg.
Non si tratta di una guida ma, come spesso avviene per le opere di narrativa ben riuscite, arriva a dare esattamente il senso delle cose.
Ambientato nell’ottocento, il romanzo racconta di quell’universo contadino che ancora oggi, attraversando il Vorarlberg, è presente e penetrante. Si tratta comunque di una piacevole sensazione, niente di polveroso e stantio: è un modo di essere e sentire il paesaggio, di preservare gli usi e i costumi in un modo intimamente proprio, passionale si direbbe.
La gente del Vorarlberg, a volerla catalogare, ha proprio questa nobile caratteristica: riesce a dare alla propria arte contadina un senso di necessità, lo stesso che nell’ottocento, l’impero asburgico ormai prossimo alla polverizzazione, aveva fatto di questo Land una roccaforte di genuinità austriaca.
Magari questo bisogno è solo l’ovvia conseguenza di una terra di confine: il Vorarlberg infatti, essendo geograficamente collocato nella parte più occidentale dell’Austria, è sempre stato terra di migrazione, soprattutto all’alba dell’industrializzazione degli inizi novecento, con orde di italiani, sudtirolesi e tedeschi dei Sudeti a rovesciarsi su quelle terre.
Il rischio di una migrazione industriale così massiccia poteva avere effetti devastanti per la sonnolenta civiltà contadina e invece, probabilmente grazie alla custodia gelosa delle tradizioni, l’elefante ha partorito un innocuo topolino: l’alemanno, una sorta di dialetto svizzero, svevo e tedesco che ancora oggi si preferisce all’austriaco istituzionale.
Come a dire: la diga ha retto, qualche parola imbastardita si può pure concedere.
Ma se nel novecento fu l’industria pesante a fare incetta di forza lavoro, oggi il Ländle (diminutivo di Land e affettuoso soprannome della regione) è famoso soprattutto per il turismo sciistico-alpinistico-naturalistico. Ogni anno vengono registrati oltre 8 milioni di pernottamenti, la maggior parte in hotel a conduzione familiare.
D’altronde, sebbene minuto in quanto a estensione, il Vorarlberg vanta fra le più numerose varietà di paesaggi delle Alpi orientali: dal lago di Costanza, alla valle del Reno, fino alle maestose vette alpine e ai ghiacciai del Silvretta, tutto in appena 90Km.
Bregenz, capoluogo del Land, è celebre per il suo festival internazionale di musica classica che si svolge sul più grande palcoscenico lacustre (Lago di Costanza) del mondo. Qui, ogni anno, vengono inscenati in modo fantastico programmi strettamente tradizionali; avevate dubbi in merito?
Detto questo, riprendendo in mano il nostro romanzo-guida (un “Macondo alpino e tenebroso” come qualcuno ha voluto definirlo) non possiamo non renderci conto come la sua fortuna sia strettamente legata alla cocciuta salvaguardia della cultura popolare della gente del Vorarlberg.
Una salvaguardia che si tramuta, in più brani, anche in curiosa macchietta come quando, parlando della cittadina di Feldberg, l’autore cita una “Torre dei Gatti” dell’epoca dei Montfort, così chiamata perché, durante una mostruosa invasione felina (talmente inaudita da somigliare a quella delle cavallette di biblica memoria) venne eretta e usata come posto da cui lanciare i miagolanti invasori.
E un viaggio fra questi luoghi così austeri con in tasca un buon numero di aneddoti simili, è il miglior toccasana per distanziarsi dalla stantia celebrazione del passato, un metodo semplice per avvicinarsi al senso ultimo della salvaguardia della memoria, che è tutto tranne che autocelebrativa.





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