È un sentiero di stelle che si spinge fino all’orizzonte siderale, lungo il mare eterno di un cielo nero, rischiarato dal fascio argentato della luna che ricolora l’oscurità di un cobalto tenebroso; e sulle pendici di una collina franosa, in un deserto di roccia rossa e calda, stiamo seduti a guardare l’orizzonte stellato, come fosse una piana lunare in una notte in cui le stelle sembrano più vicine e lucenti.
Sotto, verso i piedi della collina rocciosa, si snodano le silenziose strade di Coober Pedy, malinconicamente illuminate dai lampioni gialli e dai locali che tengono aperto anche durante le tarde ore notturne. Coober Pedy, quando ce ne parlarono per la prima volta in un piccolo e armonioso campeggio ai confini di Adelaide, la descrissero come un triste villaggio di vecchi pionieri, che un tempo lasciarono la costa meridionale dell’Australia per cercare fortuna e gloria nel cuore del Grande Deserto Rosso, alla ricerca degli opali, minerali amorfi dal colore variabile, tra il trasparente ed il bianco latte.
Coober Pedy è la città di frontiera, isolata da ogni altra realtà australiana, imprigionata nella morsa calda del silenzioso deserto. Mi corico tra le pietre della collina, incrocio le mani dietro la nuca e alzo lo sguardo verso questo orizzonte siderale fatto di stelle e scie blu di luce lunare.
La piana, quella piana, di notte come di giorno, è dominata dal silenzio morto della solitudine, qualche volta il vento sibila tra i sentieri arenosi della polvere, o s’inerpica negli anfratti spigolosi delle pietre scarlatte portando con sé un pesante odore di terra sporca e farinosa, qualche altra volta il vento tace, e alla deriva dei suoni gorgoglia il silenzio di quelle terre. Sbatte la porta in legno: il Peco esce da un piccolo capanno debolmente illuminato di luce elettrica, si pulisce le mani sui jeans e si siede, come noi, sulla schiena della collina.
Porta con sé ancora quel pungente e speziato odore di carne e fornelli (il forno in pietra del capanno, nel quale abbiamo cucinato la nostra cena, fuma ancora). Da qui il deserto sembra più bello, come se al’improvviso, dal nulla dell’oscurità, potesse spuntare qualche figura. Ma c’eravamo solo noi, quella notte.
Si alza lieve un sottile vento fresco, giunge da sud. “E’ quasi ora di andare a dormire”, penso dopo qualche attimo di silenzio. Ma più che riferito agli altri, era un’affermazione rivolta a Coober Pedy, ancora addobbata dalla tremolante luce gialla delle insegne dei bar. La piana riflette la luce delle stelle, la luna si nasconde tra le alte rocce dell’orizzonte. Coober Pedy, allo scoccare della mezzanotte, si assopisce a poco, a poco.
Rimaniamo ancora avvolti dal silenzio di quella landa rossa e argentata. Qualche minuto ancora. Poi ci alziamo, stanchi, provati dalle ore di guida, e ripercorriamo i nostri passi verso la guglia della collina. Muore il vento, poi ritorna. Qualche dingo, al confine tra terra e cielo, ulula. Qualche nuvola. Poi il silenzio dei pensieri, e la notte buia che ci avvolge, e si addormenta con noi.





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