Il tempo sembra avere il ritmo delle nostre emozioni. Un’intera giornata sulla via del nord, verso il confine uzbeko. Kholm, crocevia di strade e commerci, è alle spalle. Sale la brezza sul far della sera e sgomento sul volto di Ismail. L’autista kuci.
Non è la pista per Mazar-I-Sharif. L’improvvisa notte costringe ad accamparci nel bosco.
Il fiume scorre con lo stesso quieto bisbigliare delle fronde dei pioppi. Piatto, fresco e senza inquietudini. Poi, il silenzio assoluto.
Due, alti come minareti. Sciabole in vita, coperti da tuniche nere e dal chadri che lascia intravede una pelle arsa dal sole e tracce d’avventura. “Predoni afgani”, sussurra Ismail. Poi tace. Non può, non deve più parlare.
In certi casi il pericolo tratta con l’emozione e aguzza l’ingegno: “Ma italiai hastam, mirim Mazar-I-Sharif, ma mehmane shoma hasmm” (Siamo italiani e andiamo a Mazar-I-Sharif, siamo vostri ospiti e vorremmo essere protetti).
Solenni parole di profeti e deserti anche per uomini dal pensiero senza eco e dalle inutili glorie. Sacro e profano per non ferire il cuore e ingannare l’orgoglio. Una manciata di dollari in cambio di protezione.
Magici effetti intorno al falò in un bosco afgano. Una notte di sguardi in compagnia di briganti. Esmeto ci e (qual è il tuo nome), non mi risponde. Un solo gesto della mano dal petto alla fronte in segno di rispetto. Non voleva darmi l’anima, quella non si compra.
Lasciamo il bosco, il fiume e quegli uomini usciti da una fiaba. Entriamo nella Battriana, provincia a nord dell’Afghanistan. Un deserto senza orizzonti battuto da un vento caldo e sabbioso, villaggi d’argilla fino a Mazar-I-Sharif.
La città, a 50 chilometri da Termiz confine uzbeko è un fermento di suoni e colori, mercanti e mestieri che gravitano attorno alla moschea Hazrat dove è sepolto Alì, cognato di Maometto. Mura, cupole e minareti dolcemente irregolari e rotondeggianti.
Per secoli, Mazar-I-Sharif ha vissuto all’ombra dell’antica Balkh. Da anonimo villaggio a città frenetica dove convivono etnie fuggite dall’est del paese. Gente indoeuropea mescolata con stirpe mongola. Crogiolo unico e trambusto di vita cittadina.
Fuori le mura, un rosario di villaggi. Grezze, imperfette geometrie di mattoni di sabbia. Sulla rotta di grandi conquiste, di condottieri ed eserciti, lungo le linee impalpabili della Via della seta, si snoda la pista di sabbia per Balkh.
Un accampamento di nomadi. Donne senza il velo, lunghi vestiti e pantaloni colorati. Al collo vistose gol, collane a più fili. Denti bianchissimi nel viso bruciato. Svagate e un po’ indolenti, affascinanti come regine, ci invitano nella tenda.
Ospitalità, dono afgano. Nella iurta fumo dal narghilé. Al centro del consunto tappeto, il chiai, una ciotola colma di mast e dugh, yogurt fermentato ricco di spezie e riso pilaf.
Mi addormento sulla sabbia col corpo a croce e un piccolo levriero accucciato sulla spalla.
Al mattino la carovana si muove lenta. Cammelli distratti e svogliati ruminano nella loro lingua grottesca. Resta odore di montone bollito. Il capo, un ventaglio di rughe, saluta con la mano sul petto. Khodafez, arrivederci. Bactres nazdik ast, Balkh è vicina.
Ai bordi del deserto affiora un grosso villaggio perso tra rovine e strani scogli argillosi. Testi letterari classici, cinesi, arabi e persiani ne parlano come di “Balac la bella, madre di tutte le città, grande e nobile che gli tartari l’hanno guasta e fatto gran danno”.
Balkh-Battra, teatro di antica storia e cultura. Achemenidi, greci, persiani, mongoli. Vivace centro islamico di poeti e sufi. Qui, nel VI° a.C, nacque Zoroastro. Qui, Alessandro Magno sposò Rossane. Templi, palazzi, giardini e moschee. Quando arrivò Marco Polo, nel 1270, trovò ombre e morte. Gengis Khan non lasciava che cenere.
Quel che vediamo sono tracce di gloria. Nascosta tra le dune, No Gombad, la moschea più antica dell’Afghanistan. Al centro della città il “santuario” Khoja Parsa del 1460. Di lato, la tomba di Rabia Balkhi poetessa medievale, murata viva per i suoi scritti mistici ed erotici.
Ho portato con me profumo di spezie, gli azzurri smaltati delle moschee, il rosso dei tulipani, il turchese dei laghi e l’oblio dell’ “erba di Balkh”. Villaggi e volti. Senza voltarmi. Ho lasciato una terra di frontiera stretta nella morsa di guerre altrui.





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