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Afghanistan, da Kabul ai laghi Band-I-Amir - foto : Afghanistan, i laghi di Band-I-Amir © Marta Forzan
Afghanistan, i laghi di Band-I-Amir © Marta Forzan

Afghanistan, da Kabul ai laghi Band-I-Amir

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Dalla capitale afgana ai laghi Band-I-Amir, lungo la pista centrale diretta a nord. La terra fertile degli hazari, popolo fiero dai tratti mongoli. Valichi, valli, villaggi. Chilometri di polvere che offusca mente e vista. Ma negli occhi, ancora vivi nella roccia, i Buddha di Bamiyan.

Ha l’istinto del nomade Ismail, il nostro autista. Occhi bistrati, sorriso fresco. Ostenta tenacia e slancio per domare i timori della sua giovane età. E’ di origine Kuci, gente del deserto dal fascino innato.

E’ già alla guida. Prima con timidezza, poi con allegria parliamo in “farsi”. Sorride del mio farfugliare. E’ subito complicità. Kabul è ormai lontana dietro la striscia di asfalto cocente. Strada e città tenuta in piedi con filo di ferro, argilla e preghiere ad Allah.

Kabul. Randagi sentimenti fissi nella mente. Per cinque volte, il muezzin con voce bellicosa chiama i fedeli alla preghiera e il sole cala dietro la città. Un altro giorno finisce. Attraverso strade affollate, seguendo la musica che incanta, triste ed esaltata delle terre di frontiera, sbuchi nel cuore pulsante, il bazar. Perimetro di un’esistenza normale.

Vasi di rame e piramidi di frutta, karbusi (meloni), melograni, cetrioli, pomodori riempiono le bancarelle. Fascino di colori, incroci di fragranze. Dall’antica via principale si stringono ad imbuto pastori, montoni, asini e muli. Il sole gioca tra le stoffe.

A Kabul arrivano da tutte le province. Tuniche e camicie, turbanti, berretti di lana, kulas di astrakan, pakul, burka nere e azzurre. Gente di varie tribù. L’abito e il copricapo li distingue. Tagichi, pashtuni, hazari, kuci, beluci. Popoli nomadi legati a clan chiusi, senza uno spirito comunitario. Solo l’Islam li unisce.

La Strada Centrale punta a nord. Un gruppo di donne. Osservano i nostri capelli al vento e, con le mani, trattengono azzurre burka che veleggiano scintillanti di bagliori riflessi. Si corre, col camioncino russo Vaz, e i pioppi acerbi sfilano veloci inclinandosi come tanti soldatini.

Settanta chilometri di asfalto fino a Charikar. La sosta. Sotto le volte di un antico caravanserraglio, una chai-khune, casa del tè. Sulla strada, giovani dall’aspetto risoluto e discreto col kalashnikov a tracolla scherzano sotto una cascata di capelli neri tenuti a stento dal pakul. Mujaheddin.

Sulla porta due vecchi asciutti giocano a “Takhte”. I dadi rotolano, nodose mani si incrociano. Un gesto, una parola, il valore di un contratto. Gli occhi si abituano all’oscurità della chai-khunè. Accovacciati su tappeti colorati gruppi di uomini sorseggiano tè, fumano, mangiano, parlano fitto, schioccano le dita sulle gambe. Gesti antichi.

Un musicista cieco accorda il “setar” mentre arrivano i bambini. Dignitosi e composti puntano dritto negli occhi, cercando di indovinare la vita, i sogni e le avventure di un gruppo che stravolge lo scenario quotidiano.

Ismail rallenta per evitare buche e scossoni. Di lato scorre un piccolo ruscello e i campi coltivati sbiadiscono su radure secche. La prima via per Bamiyan è interrotta. E’ già buio. Si sale verso il Salang Pass. Tornanti, curve che si susseguono vicinissime e strette, a ridosso di speroni rocciosi. La luna piena illumina burroni, monti, asini carichi di legna e un gruppo di soldati carichi di armi.

L’alba colora di ocra l’altopiano a 3500 metri di altitudine, e la vallata stringe oasi di pioppi dove luccicano ruscelli. La pista svolta a Doshi per lasciare la Strada Centrale. Siamo nella fertile terra degli hazari, discendenti dei soldati di Gengis-Khan. Una fuga di colline, poi lo sguardo fissa una parete forata da nicchie, celle, gallerie.

Qui, sulla “Via della Seta” dal III° d.C., immensi, scolpiti nella roccia viva i due Buddha di Bamiyan. 35 e 53 metri. Sakyamuni e Maitrey. Pilastri tra cielo e terra. Le teste, un tempo ricche di ornamenti, prive dei volti, gli arti forati dall’ignoranza della storia. Fatali le mine del fanatismo esplose nel 2001.

In ottanta chilometri il paesaggio cambia e si distende nella sabbia fino a Band-I-Amir. L’aria è pungente mentre il sole si tuffa nei laghi a terrazze, nascosti da alti costoni di roccia. Turchese e onice, teorema di colori liquidi. Grotte, cascate, anfratti. Attimi di stupore da inchiodare al muro e guardarli per sempre.

A Kabul ho incontrato un giovane uomo con l’espressione antica negli occhi. Mi ha regalato frammenti d’ingenuità e poesia. Voleva cambiare il mondo con la ragione di un sogno. Voleva dare voce a chi vive nella periferia dell’umanità. Un sogno non si distrugge.

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LIBRI

La parrucchiera di Kabul

"La parrucchiera di Kabul" di Deborah Rodriguez - Edizioni Piemme, 2008

Il libraio di Kabul

"Il libraio di Kabul" di Åsne Seierstad - BUR Rizzoli, 2008



8 commenti a “Afghanistan, da Kabul ai laghi Band-I-Amir”

  • Floriana Brianti alle ore 2:55 pm scrive:

    ho camminato con te lettera dopo lettera, riga dopo riga.. si sentono i profumi e la polvere negli occhi. non si distrugge un sogno e non si distrugge un uomo.

  • Marta alle ore 4:52 pm scrive:

    Ciao Floriana,
    ho conosciuto davvero quell’uomo e conosco il SUO nome. Non sono certa della sua fine. Avevo il cuore in gola quando ho scritto l’articolo. Ora, leggendo il tuo SPLENDIDO commento, ho le lacrime agli occhi. GRAZIE Floriana
    Marta

  • Marzia alle ore 8:03 pm scrive:

    ho conosciuto alcuni afghani tre anni fa, anche loro come me, proverebbero un brivido nel leggere questo viaggio e pensare a cosa è successo dopo “…voleva cambiare il mondo con la ragione di un sogno….” purtroppo non è andata così, anzi!!!Ma nel cuore resta sempre la speranza.Grazie per averci fatto rivivere un Afghanistan “migliore”.

  • Marta alle ore 9:40 pm scrive:

    Ciao Marzia,
    GRAZIE anche a te. Cosa dobbiamo fare per cambiare questo “Mondo bello e crudele”? Sognare-raccontare-denunciare…Non basta. Ma hai ragione “nel cuore resta sempre la speranza”. Ti abbraccio
    Marta

  • Maria Pia alle ore 10:40 pm scrive:

    hai descritto il luogo in maniera esemplare ,anche se non ci sono stata ,ma ne sento il profumo e i colori che ci dovevano essere all’epoca ,anche se oggi penso che sia rimasto ben poco di quell’atmosfera ,brava..
    Un abbraccio
    M.pia

  • marta forzan alle ore 12:34 am scrive:

    Grazie Maria Pia. Tutte viaggiatrici, tutte lettrici. Tutte “Donne che corrono coi lupi”….
    marta

  • marco alle ore 2:28 pm scrive:

    Ho percorso la stessa tratta e posso testimoniare che dal vivo e’ anche piu’ emozionante. Ho guidato per 11 ore da Kabul a Bamyan e la mattina successiva, all’alba, mi sono spostato a Band-e Amyr.
    Uno spettacolo ineguagliabile se non fosse per alcuni e fortunatamente pochi imbecilli (prevalentemente Kuchi – i nomadi Afghani) che inquinano il lago con ogni sorta di immondizia. Il rispetto dell’ambiente e’ certi uno degli ultimi problemi che il popolo afghano ha, ma se vuole risorgere e ridivenire quel grande posto che era, dovranno tener conto anche di preservare le loro bellezze naturali. E sono tantissime…
    Ho trascorso un lunghissimo periodo in Afghanistan e ci tornerei volentieri ancora.

  • Marta Forzan alle ore 12:45 pm scrive:

    Ciao Marco,
    si, l’Afghanistan è un paese ineguagliabile. Non facile descrivere le sue bellezze e ancor più difficile “riportare” i problemi di questo popolo. Il rispetto dell’ambiente è importante quanto il rispetto per le persone e sinceramente la parola “imbecilli”, che tu usi, scusa ma non l’accetto…I Kuchi- nomadi afghani, come dici NON SONO COSI’. L’Afghanistan ha ben altri problemi…da risolvere.
    Ciao Marta

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