Minute vette di campanili svettano lì, in alto, dove piccoli borghi si aggrappano al verde mantello di quei giganti superbi che taciti e inquietanti si lasciano camminare, attraverso passi e traforetti, dalle auto che abbandonano l’autostrada Roma – L’Aquila – Pescara al casello per Cocullo.
Ed è allora che t’invade una singolare sensazione, una di quelle sensazioni così intense ma così rare: ti senti inerme dinanzi a quel maestoso dispiegarsi di natura, quasi cinto d’assedio da quelle rocce imponenti, da quei monti fieri e da quella placidità apparente che potrebbe essere solo momentanea.
Ma continuo ad andare, il mio viaggio è scandito da tre luoghi per cui devo passare prima di giungere a Scanno: Anversa degli Abruzzi, le Gole del Sagittario, Villalago e il Lago di Scanno. Le strade sono cosi strette che è vietato l’incrocio dei mezzi nelle brevi gallerie che incontro. Procedo adagio, sono cosi rare le macchine che scendono o risalgono i monti che posso lasciarmi accarezzare da questa fresca quiete sul far della sera, lasciarmi avvolgere da questa solitudine invadente, invadente perché ne è gravida l’aria e non puoi sottrarti a un tale incanto.
Tre chilometri dopo il Lago giungo a Scanno: è un piccolo borgo accomodatosi gentilmente tra le rocce della montagna,a milleduecento metri d’altezza: vista stupenda, sublime connubio di uomo e natura.
Scendo dall’auto e inizio a girovagare per il paese guidata dall’istinto, sospinta solo dalla voglia di lasciarmi incantare dagli scorci sulla montagna dirimpetto aperti dalle arcate che, impavide, si sporgono sul vuoto, e mi fermo ad osservare gli eleganti ricami fioriti ai balconi. Sembra che qui il tempo non si lasci scandire dall’uomo ma fluisca fine a se stesso, indifferente verso le umane frenesie, indulgente solo con i cicli della natura.
Gli abitanti, assuefatti al placido ritmo di questa vita lontana dalla burocratica veste della città e dalla sua stringente logica improntata al pragmatismo, si fermano a chiacchierare all’ingresso dei due bar in piazza o aspettano nei negozietti i turisti del fine settimana . Sono molti qui i locali in cui si vendono carni, e i formaggi, specialità tipica, come il pecorino, prodotto direttamente dai pastori del luogo e venduto nelle aziende agrituristiche, genuino e gustoso.
Nelle prime ore della mattinata compaiono per le strade anche le signore più anziane del paese che vestono ancora l’abito tradizionale, ma non più quello della festa: avvolte in vestiti neri, per la morte del marito o del figlio, si recano nelle chiesette a porgere le loro preghiere.
Questi inquilini della montagna hanno imparato a rispettare anche gli altri figli dei giganti verdi: nella pensione dove villeggio una volpe selvatica ritorna puntuale ogni sera a consumare la cena che le riserva il padrone e non è raro incontrarne altre in per i vicoli sull’imbrunire.
Un orso avvistato appena fuori le porte del paese desta la curiosità di alcuni uomini che perlustrano la zona con delle torce, avvisati della sua presenza da un paio di pollai saccheggiati durante la notte precedente. Questa natura cosi libera e incontaminata vive in armonia con le cittadelle, ne fa da cornice, a tratti insidiosa, a tratti veneranda madre.
I monti dall’alto della loro maestosità si lasciano accarezzare dalla mano umana, ma non possedere, si concedono lievemente ma non si lasciano espugnare: i borghi d’Abruzzo restano l’epifania superstite della primigenia concordia tra uomo e creato.





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