“C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No ragazzi, avete sbagliato: c’era una volta un pezzo di legno”.
Così esordì, nell’ottocento, il fiorentino Carlo Lorenzini. In arte Collodi. Il papà di Pinocchio, per intenderci. Il piccolo pezzo di legno animato che ha accompagnato l’infanzia di molte generazioni.
Nella splendida Toscana, tra Montecatini Terme e Lucca, in provincia di Pistoia, nasce il parco di Pinocchio, una vera e propria oasi di fantasia. Un mondo nel mondo in cui vivere la propria essenza fanciullesca a qualsiasi età. Inaugurato nel 1956, il parco è una sorta di raccoglitore di opere di artisti di vario genere e di grande personalità.
Passeggiando per i viali si scorgono statue raffiguranti personaggi della leggendaria storia, ma anche tele d’autore, piante spettacolari, mostre d’arte, illustrazioni e momenti ludici resi suggestivi dalla partecipazione di mimi e animatori che, indossando i panni della fata Turchina, del Gatto o di Lucignolo, intrattengono grandi e piccini. E qui, nel parco tutti, in fondo, sono piccini.
Arte e ambiente si sposano perfettamente e tra le stradine del parco, sinuose e misteriose, si vive l’avventura del biricchino più famoso d’Italia e non solo. L’unico a cui le bugie facevano e faranno, per sempre, crescere il naso di legno.
In questa minuta località fatta di casine rustiche, in pietra, tutte a ridosso della villa barocca Garzoni e del suo scenografico giardino, Lorenzini trascorse la prima parte della propria vita. Ed è qui che lui e la sua creatura sono presenti oggi.
Il parco offre la sensazione di trovarsi all’interno della pagine dello scrittore che, riga dopo riga, creava il suo burattino. Rinfrescati dall’ombra degli alberi, mentre in lontananza si avverte il vociare allegro dei bambini, si cammina insieme a Pinocchio immaginando quale marachella stia facendo.
Basta socchiudere gli occhi, allontanare i suoni in sottofondo. Basta rilassarsi e rammentare quando la propria realtà era fatta di colori, di magia e di spensieratezza. Basta immaginare di essere accompagnati in questa visita, per mano, da Pinocchio.
Basta, per poche ore, almeno poche ore, sentirsi nuovamente bambini. Recuperare ciò che il tempo, inesorabile e inclemente, porta via. Basta riappropriarsene.
E a questo punto, quando niente ci àncora più al presente, allo spazio, quando le lancette dell’orologio tornando indietro e poi si fermano, che la fata Turchina fa capolino da un viottolo e ci guida nella passeggiata.
Ci narra di se, della sua storia, della magie compiute per educare il suo monello che, all’improvviso appare e corre davanti, come a voler precedere il nostro passo. Naturalmente, curiosi come solo i bambini sanno essere, non si può fare a meno d seguirlo.
Ed ecco che, attraversando un ponticello e poi un sentiero, ci conduce proprio nella bocca della balena. Una particolare opera del parco che, con denti aguzzi, adagiata in uno specchio d’acqua, ci accoglie al suo interno.
Pinocchio è già sparito. Alle prese con chissà cosa. Si può provare a cercarlo chiedendo suggerimenti al Gatto e alla Volpe. Con l’aria furbetta, sembrano volere qualcosa in cambio. Basterà una moneta? Chissà se hanno fatto anche i loro i conti con l’euro. Meglio procedere da soli. In fondo, prima o poi Pinocchio si farà vivo per combinarne un’altra delle sue.
Divertente è la grande scacchiera in cui ci si può trasformare in pedine e giocare la propria partita. Suggestiva ed esotica è, invece la Butterfly House. Una serra in pietra e cristallo al cui interno è stato realizzato un giardino tropicale che ospita un migliaio di farfalle d’ogni luogo del mondo.
Insomma, molte sono le ragioni per visitare la casa di Pinocchio. Il paese della fantasia affacciato sulla realtà.
“Carissimo Pinocchio, amico dei giorni più lieti, di tutti i miei segreti che confidavo a te. Carissimo Pinocchio, ricordi quand’ero bambino nel bianco mio lettino ti sfogliai, ti parlai, ti sognai…”. Cantava Johnny Dorelli in omaggio a giorni che furono.





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