Ispirazioni poetiche e aspirazioni politiche del primo Novecento. Lei Vittoria Aganoor, poetessa d’origine armena, lui conte Guido Pompilj, deputato perugino. Storia d’amore custodita in “carte messaggere” finite in un sacco di juta, venduto e poi ritrovato.
“L’amore nella morte, oltre la morte, contro la morte”. La notte tra il 7 e l’8 maggio 1910 in una cameretta della Clinica Pampersi a Roma, un colpo d’arma fuoco risuonò tra le bianche stanze. L’onorevole Pompilj si era sparato alla tempia.
La morte per un cancro aveva raggiunto dieci ore prima la moglie Vittoria Aganoor, la “poetessa del Lago”. Fu trovata una lettera nella stanza del suicida. “…Ci amavamo troppo e non potevamo vivere un dall’altra divisi. Debbo adunque seguirla anche nella tomba”.
Suicidio inevitabile o concordato? Di fatto Guido Pompilj non poteva sopravvivere ad una donna che gli rese dolce la vita, compagna di sogni, idee, studi e speranze. Quell’appuntamento con la morte contrassegnò per sempre una storia d’amore.
Armena di stirpe, discendente da una nobile famiglia che dalla Persia si trasferì in Europa, Vittoria Aganoor nasce a Padova il 26 maggio 1855. Grandi occhi scuri e capelli corvini. Una figura piena di grazia, dono di due razze, incontro d’Oriente e Occidente.
Nel 1869 per volere della madre, contessa Giuseppina Pacini, l’abate Giacomo Zanella diventa l’insegnante di Vittoria. Ultima di cinque sorelle, era la più legata al padre la cui morte le lasciò un vuoto che solo la scrittura poteva colmare.
Le lettere indirizzate a Zanella sono, in età giovanile, ludiche e scherzose ma col passare degli anni la scrittura diventa più interiore. Si pone il problema dell’essere e della morte. Il tono è quello di un “diario intimo” nella stagione del cuore e dei sentimenti.
Dopo la morte del padre, Vittoria si trasferisce da Napoli a Venezia. A questo periodo risale gran parte del suo carteggio epistolare con intellettuali dell’epoca. Lo spazio breve della lettera ben accoglie in una grafia minuta e fitta, il suo carattere depresso ed episodico.
Chiusa e timida, mantenne i suoi scritti segreti per lungo tempo. Garbata, piacevole a volte sensuale nell’aspetto, nascose sempre il suo carattere tormentato incline al sogno, ai miraggi di paesaggi lontani di deserti e palme. Amori irraggiungibili.
Solitudine dell’anima, ilarità e malinconia, aristocratico riserbo. Nel 1900 pubblica la sua prima raccolta di poesie “Leggenda Eterna” che verrà definita da Benedetto Croce il più bel canzoniere d’amore scritto da una donna. Il 28 novembre 1901 a Napoli, sposa il conte Guido Pompilj deputato perugino, ricordato come “Paladino del Lago” per l’impegno profuso contro il prosciugamento del lago Trasimeno. Tra i tanti auguri riceve anche quelli di Giosuè Carducci.
La coppia si trasferisce a Perugia dove Vittoria, seppur riservata, conquista in breve tempo l’ammirazione e le simpatie di tutti. Nel 1908 esce la raccolta “Nuove Liriche” dedicata al marito. Ma agli impegni mondani e salottieri della città, preferisce la quiete.
Quelle radici persiane, quel distacco dignitoso, quel nomadismo della mente, quell’intima ricerca dell’essere, le fanno scegliere un luogo solitario, la villa del marito a Monte del Lago, sul Trasimeno. Dal suggestivo paesaggio lacustre, Vittoria trasse ispirazione poetica.
La posizione dominante, la terrazza che Guido le fece costruire perché potesse sentire la dolce brezza, il bel giardino con una Magnolia grandiflora e un Abies alba attorno alle due aiuole centrali, i bei tramonti infuocati, le sere di fronte al camino col suo “Guidetto caro”.
Forse, in quest’atmosfera bucolica Vittoria e Guido stabilirono un patto segreto, il suicidio come reciproco pegno d’amore. Ma solo una lettera ricomparsa un secolo dopo la loro morte testimonia in poche righe che fu lei a proporre al marito l’accordo fatale.
Una malattia fulminante e un colpo di pistola alla tempia, misero fine al romantico e tragico amore della “Poetessa del lago” e del “Paladino del Lago”. Il gesto di Guido Pompilj conferì un’aura tenera alla loro unione, e le poesie di Vittoria assunsero un’ottica diversa.





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