Il Friuli Venezia Giulia è una terra strana, lo si sa. Prima di tutto perché non è “una” terra, ma tre territori culturalmente distinti. Secondariamente questa regione ha goduto e sofferto del destino riservato alle realtà di confine.
Basti solo pensare che è l’unica realtà geografica italiana dove i partigiani si sono sparati tra di loro nella dolorosa scissione tra chi voleva un’Italia liberata e chi, una volta liberata, l’avrebbe regalata volentieri alle forze titine.
L’odore della polvere da sparo fratricida in questi territori è duro da cancellare. Sorprendente allora non è che il Comune di Visco, in provincia di Udine, abbandoni a se stesso i resti di uno storico lager fascista.
Mura e strutture fatiscenti che raccontano una storia dimenticata: i lanciafiamme neri, tremila jugoslavi, donne e centoventi bambini rastrellati. Una storia che vorrebbe essere dimenticata.
“Innanzi tutto non era proprio un lager: era un campo di concentramento. Basta menare il can per l’aia e stare a controllare ogni mattone, che cos’era del campo e che cosa no, perché mantenere quella roba sono un sacco di soldi che pesano sui contribuenti e almeno un pezzo bisogna alienarlo, valutare le opportunità, trovare una destinazione”. Parole di Giuseppe Veteri, vicesindaco Visco.
Se poi si viene a sapere che le camerate dei deportati ora sono utilizzate per l’addestramento dei cani per il soccorso alpino possiamo chiudere il cerchio su questa brutta diapositiva.
E sì che il paese in questione è tutt’altro che privo di luoghi dove la Storia e la Cultura vengono celebrate: esiste in loco il Museo della civiltà contadina, memoriali all’illustre concittadino Monsignor Antonino Zecchini, nunzio apostolico nel Baltico, e anche un ricordo della Società friulana di caccia a cavallo. Per il campo di concentramento invece nemmeno un cartello.
Come oramai spesso succede, a fungere da “promemoria sociale” non è nemmeno la politica della Penisola, bensì chi ha a cuore il futuro (e quindi il passato) dell’Europa.
Al silenzio generale dei nostri rappresentanti si fanno sentire forti le voci di un’associazione cattolica italoslovena, delle Acli e dell’Università di Gorizia.
E su tutte quella di colui che è definito il Primo Levi dell’olocausto sloveno, lo scrittore Boris Pahor: “Spero che la Sovrintendenza vincoli tutta l’area. Bisogna evitare vendite inconsulte. La salvaguardia di queste memorie ha una valenza che va oltre il dato nazionale. Io fui deportato nei campi nazisti e so quanti memoriali hanno allestito le autorità tedesche. Vorrei potermi complimentare anche con chi si preoccupa di tutelare il ricordo qui da noi”.
Ricordare i morti è un dovere. Quelli “scomodi” uno sforzo che innalza l’uomo.





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Perchè non si fa un monumento con i nomi dei trucidati a Visco per un ricordo perenne?