Per la prima volta, la caserma di Borgo Piave, a Visco, è stata visitata, come luogo di dolore, nel 2000: manifestazione di “Concordia et Pax”.
Il passato di enorme ospedale sotto le tende e in baracche presso il confine dopo il 24 maggio del 1915; il destino di campo profughi, con Caporetto; il continuare come deposito militare; il rianimarsi in caserma, nella II guerra, sembrava non potessero riservarle altri compiti.
Invece, con rapidità che aveva inorgoglito partecipi esecutori, è piombato il disonore: sorge il campo di internamento per civili della Jugoslavia, dopo l’aggressione italiana del 1941.
Dicembre 1942: arriva l’ordine allestirlo per diecimila persone. I lavori in tempi rapidi: il 20 febbraio 1943 arrivarono i primi mille internati. Più avanti, migliaia, pare fino a 4500. Truppa per il campo: 495 uomini.
In un autunno immalinconito da un sole pallido, poetico nei colori, ma capace di chiamare ricordi di tristezza infinita, avanzavano bandiere, gonfaloni, simboli dell’uomo che sa creare, vivere ordinatamente insieme, perfino donare.
La ghiaia, soffice per anni di foglie cadute, con la caserma che ha cessato l’esistere, era ormai silenziosa. Voci di attesa si erano spente; avanzava il corteo. La porta del campo è la stessa; stesse le costruzioni basse: drammatica ripetitività di forme che annulla.
Ma per chi non aveva messo piede dove l’uomo è stato svuotato; dove altri hanno deciso di lui; dove il tempo è stato rubato alla vita; il filo spinato aveva confini angusti ai corpi è stato un giorno diverso.
Forse, stessa liturgia di altrove, ma significati ancora diversi. Morti (alcuni sfiniti), ombre di chi era esistito, parlavano col silenzio.
Un muro che era stato di una chiesa: un’incredibile chiesa due volte distrutta; la prima, per ciò che rappresentava la sua negazione con l’odio; la seconda, in anni recenti, da insipienza umana.
Si sono deposti fiori, corone e commozione diffusa, con i toni che la vita faceva vibrare nelle sue esperienze, trascorsi, sensibilità. Si sentiva la commozione, non servivano lacrime; senza, è stato più difficile.
La storia si è rivissuta diversa; da un comune dolore abbreviate distanze frapposte da idee, lingue, storia. Il pullulare di umanità dolente, di esseri a migliaia, compreso il sacrilego – rinchiudere e far nascere anche bambini, dietro il filo spinato – si è visto, e ogni volta si rivive.
Bastano poche parole, e una non insistita preghiera, a portare significati al cuore di tutti.
Nella caserma, il ricordo, scritto, ancora non c’è, arriverà, scolpito su pietra. Nel cimitero di Visco già esiste in due luoghi: due lapidi che raffigurano anche due corone di spine.
La più “antica”: quasi mezzo secolo, porta nomi che vanno sparendo; i morti (corpi al sacrario di Gonars); la seconda, ha cinque; è sulla chiesa, per continuare il ricordo. Bandiere, uomini, donne, quel giorno, dal dolore pienamente rivissuto, hanno fatto siepe al vento.
Struggenti le note di tromba; Slavenka Ujdur, nata in Croazia, che aveva visto la sua gioventù rinchiusa nel campo di Visco, l’unica che poteva capire in pieno un’esperienza capace di marchiare la vita, aveva deposto un mazzo di garofani rossi.
In chiesa, sull’alto, di questa località, per secoli confine, sacerdoti italiani e sloveni, hanno celebrato una messa. Le preghiere si sono innalzate in sloveno, italiano e friulano, lingue che nella nostra terra si sono scambiate parole testimoni di comuni esperienze.
Ci sono stati brevi discorsi e ricordi. La cultura è stata la prima a superare, poi abbattere, muri che si credevano eterni e ritessere legami interrotti da odio, violenza e sospetto. Con essa anche i ricordi vivranno.





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