“Una catastrofe inimmaginabile. Cadaveri dappertutto. Ma molti non avranno mai sepoltura”.
Così inizia la prima pagina del Corriere della Sera che gelosamente custodisco sotto vetro.
Milano, Venerdì 11 ottobre 1963, la data del giornale, due giorni dopo la tragedia.
Ingiallita mi ricorda una storia che mi venne raccontata da piccolo.
Nell’ignoranza geografica e storica della mia adolescenza invece m’imbattei, girando per il mio Friuli, nel paesino chiamato Vajont.
Non tutto mi tornava.
Mi avevano parlato di una catastrofe, di una diga che vomitò sui paesi circostanti un’ondata mortale che spazzò via tutto, cose ma soprattutto persone.
Vedevo le montagne, lontane, troppo lontane.
Come aveva fatto l’acqua a scendere così a valle, ingenuamente mi chiedevo.
Una telefonata a mio padre, decisamente più friulano ed acculturato di me, mi spiegò pazientemente che quello che avevo davanti era solo il paese ricostruito per i pochi sopravvissuti alla tragedia.
Vergognandomi ancora tutt’oggi di quest’ignoranza mi trovo però più vicino alle parole del Comitato per i sopravvissuti del Vajont:
“Lo Stato proprio ci ha dimenticati, come se non fosse successo niente, ci hanno ricostruito un paese che peraltro non riconosciamo e con questo è finito tutto l’interesse”.
In effetti è proprio bruttino questo Vajont, simbolo di disinteresse.
Lo schema della disposizione delle case ricorda più quello statunitense delle villette a schiera con vie parallele tagliate a lato da un ponte che attraversa il paese.
Poco accogliente, direi.
“La sera del 9 ottobre 1963, alle 22.39, dalle pendici del monte Toc, 300 milioni di metri cubi di roccia precipitarono alla velocità di 80 km/ora nel bacino artificiale della diga del Vajont, all’epoca la più alta d’Europa”.
Sempre le parole dei sopravvissuti mi riportano ad un ricordo.
Quando fui più grandicello, sempre mio padre, mi portò a vedere il vero luogo della catastrofe, passando oltre il lago Barcis, oltre il paese di Cimolais.
Il suo dito attirò la mia attenzione distogliendola dalla guida.
Non capì subito e quando alla fine realizzai mi si gelò il sangue.
La diga era strutturalmente intatta, insomma aveva retto.
Il problema era la montagna che per un pezzo aveva un colore diverso, un po’ come quando si taglia il pane abbrustolito appena uscito dal forno.
La montagna su di un lato presentava come se fosse una grossa sbucciatura.
Nella diga, e questo mi fece rabbrividire, si trovava la massa che si era staccata da quell’immensa ferita e che aveva praticamente riempito l’invaso artificiale.
Si, c’era il muro della diga intero e dentro una piccola collina con tanto d’alberi che nel frattempo vi erano cresciuti sopra.
Sulla strada, estremamente trafficata nei fine settimana, si trovano le gallerie con a lato i corridoi fitti di lapidi a memoria di chi non c’è più.
Una generazione spazzata via.
Paesi devastati, Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Fae’, Erto, Casso, San Martino, Pineda, Spesse, Patata, Il Cristo.
Oltre duemila morti, molti dei quali mai identificati nella rabbia invece di chi ha continuato a respirare e a soffrire nella solitudine:
“Che giustizia è quella che permette che dopo 41 anni ci siano ancora croci dove non compare nessun nome!”.
Persone fiere, schiette e sincere queste.
Persone di montagna.
Persone che però non hanno dimenticato l’incubo di quella notte e delle ore prima.
“Nel dormiveglia ho sentito un tuono. La voce di mia nonna che diceva a mia sorella che stava andando a dormire ‘Chiudi le imposte che sta arrivando un temporale!’ Nello stesso istante, una folata di vento che arriva da lontano e fa sbattere le imposte, poi un rumore sordo, fondo, la sensazione che il letto prendesse velocità, una pressione enorme che mi tirava per i capelli; un gran male alla schiena giù in fondo; l’impossibilita’ di respirare”.
Micaela si salvò e ritrovò il respiro salvata dai soccorritori.
“‘E’ un’altra vecchia!’ Al che mi sono arrabbiata e ho detto, o forse ho solo pensato; ‘Ho dodici anni!’.
Tenace, questa gente di montagna.
Non vogliono dimenticare.
Assolutamente.





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sono stata per 3 volte alla diga del Vajont: nel 1990, nel 1995 con i miei figli piccoli e nel 2009 ancora con i miei figli ormai grandi! E’ sempre una forte emozione e tristezza!
da Gaiola (CN) un ricordo e una preghiera