Un letto di sedili sporchi, lo zaino per cuscino. Dorme, nascosta da un lenzuolo lacero, mentre i raggi del primo sole le screziano i capelli intrecciati d’ebano. La carrozza vicino alla locomotiva è vuota. Le siedo di fronte e osservo il sonno rubato alla notte.
Quando l’interregionale si ferma a Santhià, un viso stanco scivola via dal telo chiaro. Lo scompartimento si popola: e sguardi sprezzanti incrociano i suoi occhi scuri. Che si abbassano.
Il treno ricomincia a correre.
Adesso è seduta. La guardo, stretta nel giubbotto di jeans, un sorriso si disegna tenue: il suo «Ciao» smorza il mio. Dopo un attimo esitato chiede come mi chiamo, dove vado; divide le parole tra un italiano stentato e un inglese africano.
Di sé racconta poco: il nome è un’iniziale, una J che porta come anello sulla mano sinistra. «Ho ventun anni e vengo dalla Nigeria».
La motrice rallenta e si ferma a Chivasso. Lo scompartimento si riempie. Ma vicino a noi, nonostante i due posti vuoti, non siede nessuno.
Il treno ricomincia a correre.
Le chiedo cosa fa per vivere. E gli sguardi dei passeggeri in piedi colpiscono me. J. piega la testa di lato, guarda fuori dal finestrino. «Donna a servizio», dice. Rimane così in un minuto infinito. Mi restituisce gli occhi e vede che nella mia espressione non c’è giudizio.
E allora mi racconta che nel suo «paese caldo e dagli spazi grandi, il lavoro manca. Sono venuta qui per aiutare la mia famiglia: otto tra fratelli e sorelle, madre malata, padre disoccupato».
E’ partita un anno fa con un’amica. Le avevano detto che in Italia c’erano tante ragazze della sua età che facevano le domestiche, o le pettinatrici. Che sarebbe stata bene e che sarebbe potuta tornare a casa, una volta guadagnato abbastanza.
L’interregionale entra in galleria, rabbuiando lo scompartimento dalle luci spente, si ferma a Porta Susa. Scendono tutti. Lei mi è sempre di fronte.
Il treno ricomincia a correre.
Continuiamo a parlare, liberi dagli sguardi di scherno. Le chiedo dove abita. Gli occhi si fanno bassi: è titubante. Poi, nel buio del tunnel che attraversa Torino, dice che vive in un anfratto di casa, sotto le scale di un palazzo, a San Salvario. Divide pochi metri con altre quattro ragazze.
Il convoglio rallenta, snodandosi tra i binari intricati della stazione. J. si alza in piedi, ripiega il lenzuolo, infilandolo nello zaino enorme e nero. Un fisico snello viene illuminato dai raggi prepotenti del sole, alto, nel cielo di Porta Nuova.
Il treno si ferma. Lei corre.
L’unico posto vuoto nello scompartimento, mi fa ritrovare di fronte a lei. E’ diversa dalla ragazza che ho conosciuto stamani: i capelli sono raccolti stretti nella coda che evidenzia il viso quasi bianco di trucco, lo smalto copre le unghie spezzate, un vestito attillato sostituisce i jeans.
Lo sguardo che incrocia il mio è sorpreso, quasi imbarazzato. La saluto e di rimando ricevo un cenno svelto del capo.
L’interregionale della sera scivola piano sui binari brinati, quando nella luce fredda del crepuscolo entra a Porta Susa, e imbarca nuovi pendolari che si appiccicano ai sedili.
Il treno ricomincia a correre.
Nei posti di fianco a noi, quattro ragazze nigeriane parlano a voce alta. Mangiano patatine e bevono coca cola. Dopo il passaggio del controllore, i sacchetti finiscono per terra insieme alle lattine. Una rotola sotto il sedile. J. la vede e nasconde gli occhi nel finestrino.
A Chivasso lo scompartimento si libera dei passeggeri soffocati dall’odore aspro e dal disprezzo.
Il treno ricomincia a correre.
J. mi guarda; dalla bocca pronunciata di rossetto escono poche parole: vuole sapere se sto tornando a casa. Le rispondo di sì, «che per oggi il lavoro è finito. E tu»? J., lo sguardo basso, dice che il suo comincia adesso.
La motrice entra a Santhià. E nel trambusto della gente che scende, le chiedo quello che ho dentro da stamattina: «Perché non smetti, non cambi vita». Le mani stringono le gambe incrociate, ai piedi zeppe alte e pesanti come ceppi.
Il treno ricomincia a correre.
Con voce bassa, per paura che le amiche sentano, dice che non può, che loro hanno il passaporto. Che potrebbero anche ucciderla.
Insisto: «Se vuoi ci sono centri, associazioni che possono fare qualcosa. E poi c’è la Polizia».
Le ragazze nigeriane scherzano, ridono, la chiamano. Il suo sguardo si rifugia nel finestrino; lo seguo e intuisco le prime luci della mia città. La motrice comincia a rallentare; le ruote stridono sulle rotaie madide di freddo. J. non si muove, gli occhi sempre fissi nel vetro.
Scendo dopo un’ultima parola inutile.
Il treno ricomincia a correre, via.






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