Una domanda è lecito sempre porla: lontano dal clichè dell’uomo che non deve chiedere mai, esiste un mondo fatto di risposte che arricchiscono la vita di una persona.
Scambiare due chiacchiere con un musulmano rientra in questa categoria. Spogliandoci dai pregiudizi e dal terrore impostoci dalle “flebo catodiche giornaliere” si scoprono cose ricche di significato.
“No, non mi è permesso bere nemmeno un bicchiere d’acqua durante il giorno”. La mia faccia perplessa smosse il mio interlocutore a spiegarmi meglio questa regola, legata al Ramadan, che tanto mi suonava assurda.
“Purificarmi. Nulla deve entrare in me se non la Parola di Dio”, frase che seppur ancora lontana dalle mie abitudini, risuonava in me come piena di significato e quindi degna del mio silenzioso rispetto.
Così quest’anno sono entrato a contatto con il Ramadan di un mio concittadino. Mese sacro per l’Islam che a Milano potrebbe essere turbato solo da polemiche politche dal retrogusto locale. In altre latitudini il Ramadan invece coincide con gravissimi problemi.
In Algeria la situazione è alquanto tesa dopo gli attentati del mese di agosto che hanno mietuto cinquantaquattro vittime in meno di ventiquattro ore.
Un senso d’insicurezza attraversa il pensiero dei credenti moderati. Il tutto è dettato dalla dolorosa consapevolezza che le azioni compiute in questo mese sacro hanno un valore superiore rispetto a quelle compiute durante in resto dell’anno.
Un attentato purtroppo rientra, secondo la mente dei soliti estremisti, in questa lista che dovrebbe solo racchiudere opere virtuose. A farne le spese, come sempre, la maggioranza che si rifiuta di coniugare la parola religione con la parola violenza.
Ad Algeri a vegliare sulla tranquillità dello svolgimento sono state installate molte telecamere e dispiegati nelle strade diciottomila poliziotti e cinquemila militari. In Iraq, stranamente, l’inizio del Ramadan non è stato segnato d’attentati.
In Libano, grazie ad una ritrovata stabilità, tutto sembra andare per il meglio. La striscia di Gaza si accinge a concludere l’ennesimo mese sacro sotto il controllo di Hamas e l’occhio vigile d’Israele.
Come se non bastasse la violenza degli estremisti, molti fedeli musulmani del mondo dovranno subire anche gli effetti della crisi dei prezzi degli alimenti.
Sempre in Algeria in sole due settimane il prezzo dei pomodori, elemento principale del piatto Chorba servito duranete il mese sacro, è quadruplicato.
In Egitto si parla di record: l’inflazione è cresciuta di ventitre punti percentuali. Il presidente ivoriano invece ha fatto dono alle famiglie di fedeli musulmani del suo Paese di cento tonnellate di zucchero, cento di riso e venticinque tonnellate di pasta.
Insomma, un digiuno quasi forzato oltre i limiti posti dalla religione. Un Ramadan nel segno della paura e dell’incertezza economica.





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