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Un diamante a Milano

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Il viaggio verso lo stadio di baseball John Fitzgerald Kennedy di Milano ripercorre le tappe dell’evoluzione urbana di questa metropoli. Attraverso la corsa sotterranea della metropolitana si toccano tutti i luoghi che, da periferie isolate, negli anni sono entrati a far parte della cerchia del capoluogo lombardo.

Il baseball a Milano nasce nel primissimo dopoguerra e proprio qui viene alla luce la prima squadra italiana che si dedica a questo sport d’oltre oceano, il Milano Baseball 1946.

Lo stesso sviluppo della disciplina del ‘batti e corri’ è una diapositiva sullo sviluppo di una città che stava iniziando di nuovo a vivere tra le macerie del secondo conflitto mondiale.

Tramite il materiale e le lezioni lasciate dalle truppe americane, i primi appassionati riempivano numerosi campetti in tutta Milano: Il Giuriati, l’Arena, il Forza e Coraggio, il Cambini, il Ripamonti, il Pavesi.

Negli anni questi lembi di prato hanno lasciato spazio alla cementificazione selvaggia e la capitale economica d’Italia ha vissuto con questo sport degli anni di grandi soddisfazioni e momenti di buia crisi.

Dalle stelle dell’Europa con la polisportiva Mediolanum della famiglia Berlusconi, alle numerose auto retrocessioni per motivi finanziari. Una su tutte: quella causata dall’abbandono economico, alla vigilia dell’inizio di un campionato, del futuro Presidente del Consiglio.

Arrivato al campo vengo accolto da Aldo Lettieri, responsabile della società sportiva Hc Milano 17 Rams che ha preso in gestione tutto l’impianto: una struttura imponente che oltre al ‘diamante’ (così si definisce in gergo sportivo un campo da baseball) racchiude sette campi da tennis, palestre per la pratica d’innumerevoli sport e una sala per lo svolgimento di spettacoli.
Purtroppo lo stadio in sé, nonostante i continui lavori di manutenzione, appare in tutta la sua trascurata vecchiaia. La struttura, che fu costruita nel 1964 con l’aiuto diretto della Camera di Commercio Americana in Italia e dedicata alla memoria del defunto presidente assassinato a Dallas il 23 Novembre dell’anno prima, appare ai miei occhi come una vecchia signora dimenticata in mezzo all’indifferenza della metropoli.

Con lo sguardo ripercorro ogni metro di questo storico impianto, immagino di vedermi in mezzo al grande pubblico dei primi anni, immagino d’aver vicino le stelle che hanno permesso a questo sport di prendere piede nella mia ingrata città.

Tra i pensieri fantasiosi mi sembra di vedere accanto a me Max Ott, al secolo Mario Ottino, il padre indiscusso del baseball italiano che ci ha lasciato poco tempo fa alla veneranda età di 95 anni. Immagino cosa direbbe un uomo che ha girato in lungo ed in largo tutta la penisola per insegnare ovunque l’arte del ‘batti e corri’.

Guardando le crepe del cemento armato della struttura e il colore slavato dei seggiolini della tribuna d’onore penso con rammarico a una città che trova i fondi e le sponsorizzazioni per creare due nuovi grattacieli e dimentica un fazzoletto di verde che invece di grattare quei cieli li contempla in silenzio.

L’odore fresco della terra rossa e dell’erba seccata dall’inverno si mescola con il pensiero di un oblio generale che ha nascosto ai milanesi lo scrigno sul quale io sono seduto.

Tra la polvere e la ruggine questo luogo custodisce la memoria di grandi vittorie: quattro scudetti, tre coppe Italia, tre coppe dei campioni, due coppe delle coppe, una super coppa europea e centinaia di sogni di bambini che si sono divertiti a battere la pallina in questi luoghi durante tutti questi anni.

La Milano frenetica ha risposto solo poche volte negli ultimi tempi al richiamo del Kennedy. L’attrazione fu fatale per la presenza di Elio e Faso degli Elio e le storie tese che portarono all’impianto il tutto esaurito con una dimostrazione di baseball (loro sono anche giocatori e presidenti della seconda squadra di Milano, l’Ares).

Fecero un concerto memorabile con ospiti d’eccezione come Fabio De Luigi (anch’egli ex giocatore a Caserta), Paola Cortellesi, Kay Rush, Federica Panicucci e molti altri.

Le urla e gli applausi dei presenti di allora si tramutano nel silenzio di quelle tribune che comunque ancora oggi ospitano qualche instancabile affezionato: amici, parenti stretti di chi gioca sul diamante. Quei pochi continuano “il rito del baseball”. Perché di un rito proprio si tratta.

Come se fosse una festività civile il baseball occupa un pomeriggio intero e con i suoi “tempi morti” (croce e delizia di questo sport) lascia la possibilità ai convenuti di prendere un respiro dalla frenesia della vita.

Il ritmo lento del gioco permette di intessere interminabili chiacchierate con chi ti siede vicino o, se si è pensierosi, di trovare un luogo rilassante dove potersi fermare.

Tutto d’un tratto si ferma anche il mio di pensiero. Ho nella vorticosità della mia riflessione toccato il motivo per il quale forse questo “diamante cittadino” continua a essere dimenticato dalla popolazione per la quale è costruito: il Kennedy obbliga una città che ha fatto della velocità il proprio motto a rallentare, a rilassarsi, a dialogare.

Allora in una metropoli dove tutto è costruito in funzione della filosofia fast food, guardo lo stadio dove mi trovo e scopro che ‘il diamante’ non è solo un termine tecnico per chiamare un campo da baseball, ma è anche l’effettivo valore di questo luogo. Valore che, adesso che l’ho scoperto, chiudo gelosamente nella mia mente. Come per proteggerlo.

In mezzo a Milano io ho trovato un diamante.

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