Gli yacht del jet set sono all’ormeggio. L’ultimo transatlantico dei vacanzieri in crociera lascia la rada. Anche se a Portofino la vita mondana pullula di chiacchiere, movida lussuosa, e gli ultimi turisti esclamano “My God, it’s unbelievable”, nessuno pensa a quel sentiero.
Parte da Portofino Vetta, arriva a Pietre Strette e con alti gradoni scende tra la macchia mediterranea ancora densa di profumi aromatici portati dalla brezza marina, fino alle spalle di un borgo sulla spiaggia. Solo il silenzio profondo, rotto appena dal respiro del mare e dal tenero cinguettio nel bosco.
Un acquarello dai colori pastello dipinto in una mite giornata d’autunno. Lembo di spiaggia sassosa, un’abbazia monumentale, una chiesa, una torre e quattro casette che si specchiano nel blu smeraldo del mare. Dietro, il verde dei pini.
Nascosto in una profonda insenatura, il borgo di Capodimonte e la facciata gotica dell’abbazia di San Fruttuoso appaiono come un miraggio sorto dal mare, solo dopo aver superato i limiti esterni della stretta baia che penetra nel promontorio di Portofino.
Frati, pirati e una sorgente d’acqua dolce segnalata sin dai tempi antichi sulle mappe dei naviganti. Storia e mito s’intrecciano sull’origine dell’eremo. Si narra di due monaci, Giustino e Procopio da Tarragona e di un viaggio fino alla costa ligure per portare le ossa di San Fruttuoso, vescovo di Braga, che nel 262 pagò sul rogo la sua cristianità.
In una notte tempestosa, ai religiosi appare in sogno un angelo che indica loro una spiaggia, una fonte e un drago. La tradizione vuole che fu l’angelo stesso a sconfiggere il feroce custode del luogo. Era la cala di Capodimonte.
Qui, Giustino e Procopio trovarono rifugio. La sorgente li dissetò. La fonte zampillante esiste davvero, proprio sotto il transetto dell’abbazia. In quanto al drago, la sua fama solcò terre e oceani per dissuadere pirati e corsari dal fermarsi proprio lì, e non seccare la polla.
Il monte a picco sul mare fornì le pietre per la cappella delle reliquie, costruita sopra la sorgente. Così quell’insenatura stretta nell’abbraccio verde della natura, dove s’insinua una lingua di mare sempre calmo e cristallino prese il nome di San Fruttuoso come la chiesa, divenuta poi abbazia dei benedettini.
Di nave in nave, di bocca in bocca, la sacralità del luogo si diffonde nei mari del mondo. Arrivano da ogni dove per arricchire la chiesa con ori, marmi e oggetti preziosi. Intanto i monaci tracciano sentieri verso l’entroterra e piantano ulivi.
Quell’abbazia nella piccola baia non fu mai luogo inviolabile. Arrivarono i vascelli dei pirati Saraceni che, nel loro fare, saccheggiarono tutto. Seguì un tempo senza storia. Covo di pirati e borgo di pescatori che s’insediarono nell’edificio annullando le splendide trifore con rozze finestre e tristi intonaci.
Torna la storia a San Fruttuoso. Nel 1275 la nobile famiglia genovese dei Doria, lega per sempre il proprio nome a quel gioiello riposto nello scrigno della costa ligure. Una rinascita con ampliamenti e ristrutturazioni.
A difesa della baia e dalle incursioni dei pirati, nel ’500 l’ammiraglio Andrea Doria vi costruì la Torre quadrata con lo stemma del casato e l’aquila imperiale sulle due facciate. Svetta nel verde, in posizione strategica, lungo il sentiero che collega l’abbazia al borgo.
Altri scontri, altre battaglie navali, altri bucanieri turbarono la pace dell’eremo marinaro. Persino le navi inglesi si nascosero qui per sconfiggere le ultime resistenze napoleoniche. Poi furono le fiamme della fregata inglese Croesus, colata a picco all’alba del 24 aprile 1855 con seicento soldati diretti in Crimea, a sconvolgere il borgo.
L’abbazia di San Fruttuoso guarda il mare con le trifore gotiche poggiate su arcate che portano nelle viscere dell’eremo. Marmo bianco e pietra grigia all’interno dove ci sono le tombe dei Doria. Nella chiesa romanica a ridosso del monte, col chiostro e la sala capitolare, l’aria si riempie dello spirito delle cose. Tutto il complesso è oggi di proprietà del FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano.
Tra Portofino e Camogli c’è una cala, piccola e stretta. Protetta dall’abbraccio degli scogli c’è un’abbazia dedicata a San Fruttuoso e a tutti gli uomini di mare. Al largo, a 17 metri di profondità giace la statua del Cristo degli abissi, scolpita dall’artista genovese Guido Galetti, a ricordo delle vittime del mare.
E’ ora di tornare, il vento si fa più forte. Gonfie nuvole vogliose di pioggia inseguono i faticosi gradoni fino al sentiero. Uno sguardo indietro, verso il basso, sull’abbazia che sembra nascere dal mare. Poesia di un panorama spazzato via da un acquazzone ormai invernale e dai versi di Creuza de Ma ” ombre di facce, facce di marinai, da dove venite dov’è che andate…”.






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