Geograficamente non troppo lontana dall’Italia, ma distante anni luce per usi e costumi. Parte della Comunità Europea. Da un lato terra occidentalizzata, dall’altro integralista.
La zona turca orientale è sicuramente la più conservatrice, legata alle vecchie tradizioni, radicata nel suo stile di vita che può apparire, a chi è abituato ai ritmi europei, medievale. Ma il fascino di un paese, qualunque esso sia, dipende dal suo essere se stesso.
Fuso orario: un’ora in più. Lingue: turco, arabo, armeno e curdo. Religione: musulmana. Capitale: Ankara, sull’altopiano anatolico, seconda metropoli per grandezza dopo Instanbul.
Uno dei siti più suggestivi e affascinanti, sempre nella parte orientale, è Ani. Città fantasma. Nel vero senso del termine. Un tempo ricca e gloriosa. Oggi, è il ricordo di quello che fu. Ormai località archeologica, abbandonata da tempo e posta al confine tra Turchia e Armenia.
E il confine, visibile come non mai, è rappresentato da un fiume che scorre tra i due èaesi e, come molte città che sono adagiate nelle zone adiacenti all’Iran, all’Armenia, alla Georgia e alla Siria, è militarizzata.
Nell’osservare il fiume, infatti, si notano le postazioni dei soldati proprio di fronte ad Ani. A pochi metri di distanza dove la terra è già armena. Ani, in passato sede del patriarcato armeno, deve il suo nome alla dea persiana Anahit e transita sull’antica via della seta.
Si presenta con le sue chiese diroccate, in particolare quella del Redentore, dell’anno Mille, colpita da un fulmine che l’ha mutilata al centro dividendola perfettamente in due e lasciandola scoperta. La cittadella, posta su una collinetta, permette di svelare le abitazioni troglodite scavate nelle pareti della gola occidentale che abbraccia Ani.
Il silenzio è lungo qui. Piacevole. Rispettoso del nulla e delle memorie che Ani offre. Il silenzio, fuori le mura della città morta, è rotto solo dalle voci dei bambini che osservano i turisti dalla pelle bianca e dagli occhi chiari.
Osservano con la curiosità tipica della loro infanzia e gesticolano secondo le usanze locali. Osservano gli occhi degli stranieri.
Il gesto che in Italia, soprattutto in meridione, si usa fare con la mano destra giungendo, tra loro le dita a mo’ di chiedere “cosa vuoi” , in Turchia significa che ciò che si guarda è bello.
E si vede che gli occhi chiari li trovano belli perché questo gesto qui è ricorrente. Ad ogni modo, non è insolito incontrare turchi dalle pelle scura e dagli occhi azzurri, viste le passate influenze di altri popoli.
Procedendo verso le montagne, superate le spettacolari cascate di Muradjye, a circa una sessantina di chilometri a sud, la vista si spalanca dinanzi al lago più grande della Turchia. Il lago di Van, alle pendici del monte Ararat nei pressi della cui cima si nasconderebbe l’Arca di Noè.
In questa zona, nella piccola località di Van, risalente al IX secolo, vive una particolare razza di gatti di cui i proprietari sono molto gelosi. Li mostrano con orgoglio, ma non se ne separano. All’ingresso a Van si è accolti da una scultura dedicata proprio al gatto.
E questo felino famoso, dal pelo bianco e lucido, ha la caratteristica di avere un occhio verde e l’altro blu, oppure uno azzurro-verde e l’altro giallo oro. Due colori diversi per due occhi. Affettuoso, robusto. A Van è protagonista di molti miti. Inoltre, nato in riva a questo lago, è anche un abile nuotatore. Privo di sottopelo, riesce ad asciugarsi in fretta.
Mostra alcune macchie sul mantello. Due sulla fronte, che gli abitanti di Van definiscono le “impronte di Allah”. Secondo una leggenda, Allah, un giorno, passeggiando lungo le rive lago, notò un gatto in acqua, in difficoltà. Lo trasse in salvo per la testa e la coda. Il suo tocco disegnò sul pelo delle macchie rossicce.
Subito dopo il salvataggio, il lago si riempì di altri gatti uguali che nuotavano tranquillamente. La cosa divertì Allah al punto da concedere a tutti quegli animali di nuotare nelle chiare acque, indisturbati. E ancora oggi lo fanno.





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