I misteriosi uomini blu del deserto potrebbero scomparire. È il grido d’allarme che lancia il mondo Tuareg alla Comunità Internazionale, denunciando un clima di terrore e repressione in Niger.
Negli ultimi vent’anni, ci sono state diverse catastrofi umanitarie in Africa. Ruanda, Congo, Sierra Leone. Liberia, Ciad, Darfur. Molte continuano ancora nell’indifferenza generale. E la mobilitazione internazionale è sempre arrivata dopo, o si è rivelata fallace.
Della popolazione del Niger (uno degli stati più poveri del mondo) di quattordici milioni circa, un milione sono Tuareg, discendenti dei Berberi, la cui etnia è concentrata anche nel Mali. In misura minore, nelle altre nazioni confinanti (Benin escluso).
La situazione si sta facendo insostenibile. Dopo che la Repubblica Africana è stata sfruttata per quarant’anni dalla Francia per accaparrarsi l’uranio, adesso il monopolio è passato ai tentacoli di Pechino. E i Tuareg dislocati in zona, sono “spronati” a fare fagotto e lasciare la propria terra.
Pericolose analogie dunque col Darfur, dove le multinazionali petrolifere straniere (cinesi in primis), foraggiano il governo di Khartoum per un’ignobile e impari guerra, sostenuta anche dai cavalieri arabi locali, janjaweed.
“Il governo di Niamey ha rilasciato oltre centoquaranta permessi di sfruttamento per l’uranio a multinazionali straniere” spiega un tuareg, la cui identità per questioni di sicurezza non può essere rivelata, “principalmente cinesi, poi francesi, americane, sudafricane e altre ancora”.
“Le armi che arrivano in Niger” continua “arrivano dalla Cina, passando per il Sudan. Adesso sono loro che comandano. La Francia infatti, dopo aver firmato il contratto per costruire cinque centrali termonucleari in Cina, ha lasciato campo libero agli emissari di Hu Jintao”.
La linea di condotta è molto simile a quella attuata (tutt’ora) dai paramilitari in Colombia, ai danni dei campesinos. Basta che venga trovato un sospetto ribelle (o presunto tale), e s’inizia a sparare. Case e campi bruciati. Furti. Bestiame sgozzato.
Per i tuareg che restano, o c’è la fuga o l’arresto (a cui seguono spesso detenzioni con torture), o una morte quasi certa. Nel villaggio di Ferouan, è circolata la notizia che gli oltre quattromila abitanti sono scomparsi. Alcuni sono morti per strada perché scappavano, perdendo così tutto quello che avevano. I fuggitivi poi si sono riversati per le strada di Agadez, che però non è assolutamente in grado di gestire una simile situazione.
“Poco prima d’incontrarci” mi spiega ancora il cittadino africano, “ho avuto notizia che qualche giorno fa ci sono stati combattimenti fra i ribelli e i soldati. Due villaggi tuareg sono stati bruciati. Ci sono state anche delle vittime fra i bambini”.
Il governo però si limita a dire che va tutto bene. Tibet docet.
Quale futuro dunque per gli uomini del deserto? Da nove mesi a questa parte, in Niger è stato decretato lo stato di emergenza nella zona nord. Qui comandano solo i militari e la polizia. La democrazia è un’utopia. La stampa internazionale non riesce a penetrare.
“Più di un anno fa due giornalisti francesi” m’informa “hanno rischiato la pena di morte perché sono andati a fare un servizio sulla zona di Agadez. C’è voluto l’intervento delle massime autorità transalpine per evitargli risvolti più che drammatici”.
Situazione insostenibile che si sta aggravando sempre di più. Tandja, nonostante i pareri contrari dei vari presidenti confinanti (Gheddafi in Libia e Touré del Mali, dove i Tuareg godono di autonomia), non vuole sentire parlare di trattative di pace.
Seppur riconosciuti dall’ONU stesso come popolo autoctono, i Tuareg non vivono come tali in Niger. Non c’è dunque da sorprendersi se poi fiumane umane cercano di immettersi negli oceani occidentali.
Più che fare leggi di dubbia moralità, costruire barriere, mura e sistemi elettronici, forse l’UE & compagnia, dovrebbero iniziare a tollerare meno certi dittatori (mentre altri inspiegabilmente, sì) e annesse folli politiche, che causano poi questi esodi di massa.
Catastrofe umanitaria in arrivo. I Tuareg lanciano l’allarme. Se non si fa qualcosa, nel giro di un anno, la situazione sarà peggiore che in Sudan. Che si fa?





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