Le fiamme avvolgono Lhasa e bruciano la speranza di un Tibet libero.
La protesta di centinaia di monaci buddhisti continua. E’ iniziata lunedì scorso in occasione dell’anniversario della rivolta non-violenta del 1959 contro l’occupazione cinese.
Le notizie di morti ammazzati si rincorrono dietro una smentita ufficiale e una conferma indipendente, mentre negozi e automobili bruciano.
Alcuni testimoni urlano al telefono delle agenzie di stampa che ci sono stati spari in diverse zone della città. Il fumo sale alto nel cielo e nasconde i tempi.
I militari ne hanno circondati tre. All’interno del monastero di Sera i religiosi hanno iniziato lo sciopero della fame.
Mentre due monaci di Drepung sono in gravissime condizioni dopo aver tentato il suicidio: hanno cercato di togliersi la vita tagliandosi le vene.
Secondo Radio Free Asia molti altri religiosi si stanno autolesionando per protestare contro l’accerchiamento delle forze dell’ordine e l’arresto di alcuni praticanti.
Il Dalai Lama, in esilio a Dharmsala, chiede e prega perché le violenze cessino e la situazione torni presto alla normalità.
Gli Stati Uniti richiamano la Cina al rispetto dei tibetani. Solo pochi giorni fa l’avevano tolta dalla lista nera dei cattivi.
Come se sino a ieri non avessero visto il dramma di un popolo che dura da decenni.
Quello che succede in Tibet preoccupa molto anche Massimo D’Alema. Chiede al Grande Dragodi mettere fine alle violenze e di rispettare i diritti dei tibetani e delle loro tradizioni.
Peccato che quando il Dalai Lama venne in Italia per parlare di pace lui non ci fosse. Come la maggior parte degli esponenti del governo italiano.
Tutti affaccendati a fare gara per non incontrarlo.
Tutti affaccendati a fare gara per compiacere il volere della Cina.
Tutti affaccendati a fare gara per dimenticare il sangue e l’orgoglio di una Nazione.




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