L’ombra alata si allunga sulle case di Berlino. L’aereo si abbassa sino quasi a toccarne i tetti. Poi, si posa sulla pista di Tempelhof.
E’ così dal 1936, quando l’aeroporto venne inaugurato nel centro di Schoeneberg, uno dei quartieri più popolati, a dieci minuti dalla Porta di Brandeburgo.
Progettato durante la Repubblica di Weimar, fu il Terzo Reich a farne un emblema della nuova via nazionalsocialista.
Ma lo scalo entrò nella storia di Berlino e del mondo come simbolo di Libertà durante il periodo della Guerra Fredda.
Era il 1948. Stalin, nel tentativo di isolare la zona occidentale della città, bloccò tutti gli accessi alla futura capitale tedesca.
I trasporti stradali, ferroviari e fluviali, che passavano attraverso il territorio della Germania Est e collegavano Berlino Ovest con la Germania libera, furono interrotti.
L’unica via era il cielo. Così, ogni 90 secondi a Tempelhof atterrava un aereo americano che riforniva i berlinesi di viveri, di medicinali e di beni di prima necessità.
Dopo alcuni mesi, Stalin fu costretto a cedere: e rinunciò al blocco. Da quel momento l’aeroporto divenne per i tedeschi un bene prezioso da conservare.
Ecco perché, secondo i sondaggi, i cittadini della capitale voteranno no al referendum che si terrà domenica prossima per chiuderlo.
Anche se la consultazione, voluta dal sindaco Klaus Wowereit, ha solo un valore consultivo, un fermo diniego potrebbe far sopravvivere lo scalo alle rigide logiche di mercato.
Il suo lento declino è iniziato intorno agli Anni Sessanta. Le due piste erano troppo corte per far atterrare i nuovi Jumbo.
Così molte compagnie abbandonarono Tempelhof, preferendogli il nuovo e più moderno aeroporto di Tegel.
Le cifre sono impietose: dei 20 milioni di passeggeri passati per Berlino nel 2007, solamente 350mila sono sbarcati o partiti dal vecchio hub.
Lo scalo nel cuore della città ha oggi debiti per 115 milioni di euro. Tanti, troppi per il primo cittadino che vuole rilanciare il trasporto aereo con il Bbi.
Il Berlin Brandenburg International aprirà nel 2011. Sarà dislocato a sud della città e costerà circa tre miliardi di euro.
Il prezzo del progresso che dimentica la storia e nega il ricordo.




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