Stoccolma, 10 agosto 1628. L’aria è densa, il sudore della ciurma si mescola all’odore del legno e delle corde strette tra loro, le voci di migliaia di persone si accalcano lungo il porto fino a perdersi nel vento e in quella quiete apparente del mare. La nave da guerra più imponente della marina svedese è lì, in disparte, mentre gli armatori si danno da fare a caricare i suoi sessantaquattro cannoni cadenzando lo sforzo fisico con un ritornello che ha il sapore di un epoca di cui non si è certi sia mai esistita.
La parola sfugge al controllo del tempo e dello sguardo severo di una tradizione di mercanti che ricorda ancora cosa vuol dire stare attenti al linguaggio del mare. Di sottecchi un uomo seduto sulla banchina guardando quelle onde increspate da un aria testarda chiude gli occhi immaginando il suo viso perdersi oltre quell’orizzonte che solo i marinai senza una famiglia osano sfidare.
La Polonia di Sigismondo è lontana ma quelle venti navi da guerra avevano la sicurezza e la temperanza di un vichingo che ha già visto cadere in mare molti dei suoi più valorosi compagni senza smettere di guardare negli occhi il nemico.
Poco distante da quel caos di luci, rumori stridenti e urla, Gustav II re di Svezia guarda con fascino e orgoglio quel vascello che lui ha desiderato, per presentarsi davanti a suo cugino con il vascello da guerra più imponente del pianeta, chiamando a corte un costruttore navale olandese e affiancandogli oltre quattrocento persone tra maestri d’ascia, carpentieri, scultori, pittori, vetrai, velai, artigiani da ogni parte.
Dopo due anni le sue vele sono spiegate e pronte a impreziosire la sala dei trofei con la prima vittoria e a questo pensiero il reale lascia trapelare dal suo sguardo arcigno una bozza di sorriso.
Stoccolma, 10 settembre 2009. L’aria è densa, i postumi di un’estate particolarmente calda non vengono spazzati via neanche in questo angolo di terra ritagliata a sud dell’Artico. Ho davanti a me lo scheletro di un veliero gigantesco, straordinariamente affascinante e mi sento un privilegiato anche solo poterlo ammirare con i miei occhi. La prua taglia l’aria come la punta di una sciabola che affonda nel petto del suo avversario con eleganza e rapidità. Ai suoi piedi un’ancora scolpita dalla salsedine è sdraiata su un manto di marmo che rende profondo un mare che non c’è.
Il Vasa, leggo in una locandina illustrativa, ha rivisto la luce il 24 aprile 1961 restando per 333 anni nel fondale marino senza che nessuno si accorgesse di lui. Migliaia di oggetti di arredamento in legno, oltre settecento sculture ad ornare un vascello che doveva dare lustro alla monarchia svedese dell’epoca, sono i tasselli preziosi di quel mosaico storico artistico che non lasciano traccia nella nostra cultura della mediocrità ma che se sai cercare e sei curioso ti arricchiscono.
Ogni oggetto salvato dalla ruggine e dallo zolfo ha un segreto da suggerire, un pettegolezzo da liberare, un aneddoto da condividere con chi per un istante resta a guardarlo e io avido come sono, decido di dedicare ad ognuno di loro il tempo che basta per calamitare queste arcane confidenze.
Le ossa degli scheletri ancora trasudano. Sembrano vivi. I loro occhi. Quell’odore di legno e di mare, i miei occhi iniziano a viaggiare all’interno delle stanze di stiva della nave per poi salire vorticosamente fin sopra il ponte, il vento mi stordisce per un attimo finché le vele si spiegano, si gonfiano e mi scaraventano contro una passerella di legno.
Mi guardo indietro, la costa non è molto distante ma già le voci ovattate si allontanano lasciandomi da solo. La bocca del porto si sta chiudendo alle mie spalle quando una raffica di vento piega ancora una volta sul fianco il vascello. Ondeggio, il mare mi raddrizza, ancora una raffica, mi piego così tanto da poter sfiorare con le dita la schiuma nera delle onde. L’acqua inizia a insinuarsi nelle aperture sui fianchi dei cannoni, sento che l’acqua ormai ha preso la direzione del timone e trascina a fondo il Vasa.
Nel grembo del veliero, in quel limbo di immobilità e leggerezza non cerco più la via del ritorno.





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