Lavoratori d'America © Library of Congress
Borgo di Groppoli, affacciato sulla valle. Aldino, classe 1918. Con la madre e il fratello s’imbarca a Genova nel ’25 per La “Merica”. Li attende il padre a Chicago. Sulla fresca veranda, un bicchier di vino, il testarolo (focaccia), sbiadite foto color seppia. Lettere e racconti di una terra di frontiera. Uomini e donne coraggiosi col sacco in spalla.
Profonde vallate strozzate da montagne. Colline ricche di boschi di faggio e castagno. Un anfiteatro che segue il corso del fiume Magra. Sabbia e pietre per costruire case, borghi e castelli. Acqua per irrigare i campi e radure per il pascolo.
Generosità del fiume che, nel secolo scorso, non ha fermato la “migrazione” della gente. Pontremoli, Bagnone, Mulazzo. Il triangolo della “Toscanella” di chi ha scelto La “Merica”. Da qui partivano. Distacchi sofferti, viaggi avventurosi e voglia di tornare. Peregrinare di città in città in cerca di lavoro. Un’insondabile “malinconia di star lontano dal paese”.
Lo scriveva Giovanni Antonio da Faje, speziale bagnonese del Quattrocento. Malinconia scritta, graffiata, pianta su secoli d’emigrazione. Per uomini e donne, mettersi in cammino e lasciarsi alle spalle i profili dei monti, è storia antica. Ma anche un’insita smania che spinge a girovagare, a cercar fortuna altrove.
Crocevia fin dall’antichità, la Lunigiana. Sentieri e mulattiere battuti da greggi, carovane di mercanti, pontefici, eserciti, re e pellegrini che risalivano il bacino del Taro per arrivare alla Cisa. Seguivamo la via di Lucca e Siena fino a Roma, la città papale.
Dal Trecento agli inizi del Novecento. Un antico viavai che non portò mai lavoro. Eppure era terra di boscaioli “sgantìn”. Uomini forti e gran mangiatori. Un duro lavoro. Partirono agli albori del secolo scorso per il Nevada, nelle Americhe.
L’estate, dormivano in baracche nei fitti boschi, mangiavano pasta e polenta. La grande sega d’acciaio lunga due metri. Abbattevano alberi e li facevano scendere lungo il Rio Nevada fino alle segherie. D’inverno andavano a Chicago per fare i garzoni di cucina.
Era terra di maestranze capaci di “murar la pietra”. Arte appresa nel riparar vecchi castelli lungo l’antica via che da Pontremoli sale a Groppoli e gira a Mulazzo. Castagni, filari di querce e praterie d’altura. Lucidi gli occhi di Aldino. Gocce d’abbandono ai ricordi.
Era terra di scalpellini, numerosi ed esperti. Discendenti dei raffinati scultori del Settecento. Basta percorre i vecchi borghi di Camporaghena, Prota e Tavernelle per trovare testimonianze di un’abilità senza tempo. Eppure andarono a “sbozzare” la pietra altrove.
In Sudamerica a tagliare “aduchini”(pavé) sulle strade Rio de Janeiro. In Egitto, nei cantieri sul Nilo soffocati dal caldo, prede di coccodrilli. Negli Stati Uniti, alle banchine del porto di New York. Da Bagnoni a Montevideo, logorati dalla silicosi.
Grande esodo, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Partire. Una liberazione. Una fuga dalla miseria. Il sogno, La “Merica”. Di quei tempi restano atti d’espatrio, lettere laceranti, avvizzite dal tempo come i ritratti sparsi sul tavolo o stretti dalle nodose mani di Aldino.
Storie di rimpianti per la famiglia e per le montagne di casa. Di rabbia per lavori ingrati nelle viscere della terra o su grattacieli di cento piani, aggrappati al nulla. Di stupore per immense praterie, boschi, miniere d’oro. Il grande Oceano e le città dalle vie senza nome.
Ma c’è una storia a lieto fine. Partivano da Mulazzo e da Pontremoli per vendere filati, chincaglieria, capi di vestiario, pietre da affilare e libri. L’arte del vendere con la “cassetta in spalla”. Ambulanti in terra di Francia. Si rifornivano a Parigi, Lione e Bourges per portare nei piccoli centri bottoni, elastici, pettini e saponi. Merceria sulle spalle. Poi la “baladusa”, bicicletta col barroccino a due ruote. E furgoni col nome a caratteri grandi.
Londra, Parigi e la California. Aprono negozi di tutti i tipi. Dall’abbigliamento ai ristoranti. In un settimanale degli anni Venti si legge: “ Steak/Prime Rib/Ravioli e gnocchi a la Tosarti/ Seafood Arana/Every Friday Night/for your entertainment/GLORIA KAY/At The Organ Nightly/North Highway 99 California”.
A Brooklyn e Piccadilly, arie italiane. Gli “organari ambulanti” partivano da Bratto con fisarmoniche e organini a manovella. Suonavano nelle strade, nei ristoranti. Nei Parchi di New York, nei mercati di Vienna. In molti hanno avuto fortuna aprendo “tea shop”.
Altri andavano in giro per l’Italia e l’Europa. Senza saper leggere e scrivere vendevano libri. Ambulanti nelle vie, bancarellai nelle piazze, librai nelle Avenue. Editori nel mondo. I discendenti sono proprietari delle più prestigiose librerie d’Italia ed estere.
A Montereggio c’è piazza Rizzoli e una targa dedicata a Mondadori. E’ la patria dei librai. Alla memoria di quegli “intellettuali erranti”, che dentro il sacco portavano libri preziosi, è dedicato un monumento proprio al centro del paese.
La “Merica”? Coraggio e sudore col fardello di nostalgie. Poche parole di chi è tornato. Tanti i segni dell’antica audacia sul volto di Aldino. Sorride, è a casa. Ora son stille di gioia.

Da Flåm a Gudvangen, passando dal fiordo più lungo della nazione scandinava a quello più corto del mondo, patrimonio mondiale dell’Unesco. Lì in mezzo, un gioco innocente diventa magia.

Ancora una volta la Valle d’Aosta è stata il cuore della grande adunanza celtica: cinque giorni intensi in cui il popolo di ieri è tornato a vivere nella poesia dei bardi e nella musica dei menestrelli.

La musica rievoca il passato, stringe a sé i vicini, fa sentire uniti: è il suono della cornamusa, caldo, epico, intenso e diffuso, è il violino che lamenta antiche litanie, sono le percussioni che scandiscono il ritmo e il muoversi insieme come in uno solo.
Un bellissimo racconto. Davvero “lo sapevamo anche noi l’odore delle stive, l’amaro del partire…”
Da non dimenticare.
Cordialmente
Grazie sig. Spagnoli. Ho visto il suo web proprio oggi e mi metterò presto in contatto. Si non bisogna dimenticare. ANche le tante “storie degli immigrati nel nostro paese”. Ne stò raccogliendo molte , le assicuro che ognuna è “Un mondo a parte”. E seppur in lingue diverse “quell’amaro del partire” è straziante. A presto Marta Forzan