Semplicemente la vita finisce, scivola via dalle mani come sabbia fine. Noi, figli dell’era digitale dove tutto sembra immortale. Figli di quella generazione che ha riso di fronte alle prodezze di un maggiolino matto e pieno di vita.
Le cose per me quindi hanno quasi un’anima. Errore che non posso proprio togliere di mezzo. Soprattutto se si viene a conoscenza di un luogo dove i tuoi inarrivabili giocattoli riposano in pace. Una scossa al cuore e alla fantasia del bambino che c’è in noi.
Sulla carta un Cimitero di barche è un luogo dove gli scafi vengono abbandonati al loro crudo destino: rimanere fermi nel mentre la corrosione del tempo finisce centimetro per centimetro ciò che anni prima invece era cullato dalle onde.
Che si stia parlando della bretone Landévennec con il suo carico di carcasse nautiche oppure che si faccia il salto oceanico verso la statunitense Baia di San Francisco non importa, la sensazione è la stessa e il fascino è garantito.
Un fascino tutto particolare dovuto forse alla commistione di elementi unici: il presunto immortale progresso umano che giace ai tuoi piedi, il fascino di mille storie intrappolate nei ruderi tecnologici e anche un pizzico di coraggio che spinge il curioso a dover avventurarsi in luoghi veramente dimenticati e pericolosi.
Uno di questi è sicuramente lo Staten Island Boat Graveyard che, come si può evincere dal nome, è situato nei pressi della famosa isola dello Stato di New York.
Qui è l’acqua salata a torturare lentamente i corpi di quelle che furono barche. Ma il viaggio che si racconta essere necessario per arrivare al sito in questione sembra ancora più simile alla lenta e faticosa discesa agli inferi di dantesca memoria.
Ovviamente un cammino tanto affascinante quanto sconsigliato per la propria incolumità fisica e penale. Ascoltare e non fare, una regola da imparare insomma.
Il cimitero marino si trova sulla costa ovest dell’isola, distante da ogni cosa ricordi quella brezza di vita che qui sembra mancare da secoli: una palude di carcasse di ferro e legna poste una dietro l’altra quasi a formare un ponte verso il mare aperto.
Il silenzio dell’abbandono. Un monumento all’inutilità, o meglio, il senso più pieno dell’essere inutile nel ciclo produttivo di questo mondo. A tratti sembra che le carcasse chiamino quel poco di vita attorno per implorare che un soffio ripercorra come un brivido quelle membra ferrose abbandonate nelle braccia del corrosivo sale marino.
Entrarci si dice poi non essere proprio una passeggiata, come infondo ogni viaggio verso un luogo spettrale prevede. Chi dice ci sia una via attraverso un canale. Chi invece racconta d’aver scavalcato un’alta rete metallica.
Ovviamente queste due strade possono finire direttamente nelle braccia del New York Police Department, culmine di un’affascinante ma rischiosa avventura.
A ogni epoca il suo Cerbero. Nel mentre le barche silenziose riposano.





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mi è piaciuto molto, complimenti
Grazie Elisa.
Grazie per aver trovato il tempo di lasciare un commento.
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