Non è vero che le cose belle finiscono: lasciano solo spazio a un nuovo inizio. A una trasformazione necessaria. A un’evoluzione. Sei seduto in sala d’attesa alla stazione di Barcellona. È mattino presto. La città, di fuori, si sta risvegliando lentamente. Mentre attendi il treno ad alta velocità che ti porterà a Madrid ripensi ai giorni in fattoria. Che non sono terminati, non termineranno: saranno sempre con te.
Dai un morso alla brioche al cioccolato che hai su un piattino in porcellana. Bevi un sorso di succo d’arancia. Le persone in stazione iniziano a sfrecciare verso i loro scopi, i loro destini personali, le loro piccole o grandi mete. E tu non ti stacchi dal casolare, ancora no. Ancora qualche pensiero.
Come quando andavi a passeggiare con i cani, dopo una giornata intensa di lavoro, e ti fermavi sempre in quel punto. La vista sulle vigne verdi era profonda, larga, infinita. Il vento ti parlava da lì. Veniva sempre a farti compagnia. Anche i cani ansiosi di movimento si fermavano solennemente a quello scorcio di metà cammino. Si adagiavano sulle zampe posteriori e stavano lì, ad aspettare il senso nascosto delle cose.
Oscilli tra scaglie di sogni e la realtà che si svolge davanti a te, ma lontana. “Attenzione, il treno Ave per Madrid delle 9 è in partenza dal binario 3”. Ti affretti, mostri il biglietto, scendi gli scalini e prendi posto. Le carrozze si muovono lente, escono dalla stazione e prendono velocità. Tu ti addormenti quasi subito. E quasi subito torni alla natura che contornava la fattoria.
Senti l’odore buono della zuppa di funghi, piselli, carote, cipolle e altro che ti hanno preparato. La frescura del te verde e freddo che bevi dopo aver lavorato sotto il sole cocente della Catalogna. La punta dolce di piacere nel latte di riso. La frutta fresca e leggera come pasto ristoratore del mezzogiorno.
Mentre il treno sfreccia a più di 300 chilometri all’ora nel ventre della Spagna guardi fuori dal finestrino e fermi dei fotogrammi, come stessi facendo scorrere la pellicola di un film. Un altopiano con delle case abbarbicate sopra, il campanile di una chiesa, un paese tagliato a metà. Le prime autostrade, le costruzioni che crescono di numero e si alzano.
Mentre Madrid si avvicina, tu hai ancora le ultime pietre grosse in mano. Senti la muscolatura del corpo tirare, tutte le giunture sono sotto pressione. Quando hai scaricato l’ultima pietra, depositato l’ultimo carico col trattore, ti siedi a terra e guardi più lontano che riesci. Hai voglia di superare di nuovo l’orizzonte che, affilato, davanti a te, taglia il cielo.
Sei alla stazione di Atocha. Le possibilità che si apriranno mettendo piede fuori saranno infinite. Il tuo orizzonte, da oggi, si chiama Madrid.





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