Nella regione a sud della Spagna, dove la sierra va appianandosi e declina verso il mare, non occorre ricercare i punti panoramici per godere di bellissimi scorci.
Si può procedere lungo le vie strette che si intrecciano nelle zone degli ex ghetti ebraici e nel cuore storico delle città.
Cordova, Siviglia e tutte le città della comunità spagnola dell’Andalusia richiamano le stesse caratteristiche paesaggistiche, architettoniche e culturali.
Le case sono prevalentemente bianche con rifiniture in ocra e rossastro e gli accessi all’abitazione come finestre e ingresso si nascondono dietro inferriate finemente cesellate.
Se ci si perde tra le calli dei centri cittadini, un soffio fresco procura un brivido improvviso che reca sollievo alla pelle arrossata dal sole.
Ci si volta e proprio lì, dietro i cancelli in ferro battuto, spesso al di là di un atrio ombroso, la luce di un patio risplende luminosa.
Non è accecante ma è addolcita dal verde di piante e fiori sapientemente disposti. Piccole oasi per il riposo degli occhi, del corpo e dell’anima durante la calura estiva.
La dominazione islamica in Spagna durò ben otto secoli e anche i patii che oggi accolgono l’ospite nella casa andalusa, testimoniano quanto forte sia stata l’impronta della cultura moresca in questa terra.
Infatti, il patio andaluso ha origini orientali, deriva dalla creatività geometrica e spirituale dell’antica Persia.
Gli angoli delle case e dei palazzi erano impreziositi da piante e composizioni floreali. I giardini erano abbelliti con fiori, vari tipi di piante, fontanelle, canali, pozzi e dipinti di scene mitologiche alle pareti.
L’idea era che il patio doveva rappresentare il Giardino del Paradiso e in questo modo lo immaginavano gli architetti musulmani: ogni pianta, fiore, vaso e guizzo d’acqua doveva essere in perfetta armonia con il tutto.
Doveva essere un luogo nettamente diverso da quello a cui erano abituati: scarsità d’acqua, terra arida e calore intenso. Una sorta di deserto “vivificato” grazie all’acqua, considerata un bene superiore e origine di vita.
Il giardino rispondeva alla concezione del mondo diviso in quattro parti corrispondenti ai quattro elementi: acqua, aria, terra, fuoco.
La materializzazione di questo concetto si traduceva nella suddivisione del giardino in quattro quadranti delimitati da canali o ruscelletti.
Più ricco era il giardino, più prestigio aveva la famiglia che lì vi abitava.
Queste oasi di freschezza dovevano stimolare la vista con forme e colori, lo scorrere dell’acqua doveva accarezzare l’udito, le essenze vegetali inebriare l’olfatto e la texture dei fiori essere delicata e piacevole al tatto.
Piacere sensuale in un’atmosfera di pace e, da un punto di vista spirituale, luogo che invita alla riflessione in cui è possibile raggiungere la comunicazione con Dio. Così era concepito e costruito il giardino islamico, progenitore dell’attuale patio delle case andaluse.
In principio, questa zona della casa fungeva da stalla per il bestiame, i cammelli e i cavalli, era delimitata da tronchi di palmeti e aveva una copertura di rami di palma e paglia intrecciati.
In un secondo tempo la copertura viene meno e questo spazio all’aria aperta viene adibito a luogo di preghiera, lettura e meditazione.
Più tardi, sempre in epoca musulmana, compaiono le inferriate alle finestre da cui si poteva ammira la bellezza del luogo spesso senza essere visti.
Tutto il mondo islamico, e quindi anche gli antichi abitanti di Al Andalus (questo è il vecchio nome della penisola iberica ai tempi della dominazione araba), provava una forte attrazione per la natura e i paesaggi.
E l’architettura dell’epoca riflette questo desiderio.
Poeti arabi hanno decantato la bellezza dei giardini nei loro versi. Giardini colorati, profumati, floridi e perfetti nella loro simbolica simmetria. In una parola: divini.





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