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Sergey Maximishin: fotografare il respiro della Russia

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Per chi, come me, era piccino quando il blocco sovietico ha cessato d’esistere, la Russia ha sempre rappresentato, nella sua assoluta e remota inafferrabilità, un motivo per leggere il futuro.

Ci avevano spiegato a scuola che era una Nazione forte e pericolosa.
Allora di fantasia si viaggiava eccome: “vedrai che ritorna sui suoi piedi”, oppure “la terza guerra mondiale è vicina”.

Quello che mancava a noi “politici della Domenica” era uno sguardo sul passato e soprattutto sul presente di quelle terre così particolari, così diverse tra loro, così comuni ed al tempo stesso simili a nessun altro posto.

La soluzione oggi c’è fornita sul piatto: il 10 marzo alla Galleria Grazia Neri di Milano il fotoreporter russo Sergey Maximishin ha inaugurato la mostra fotografica chiamata “L’Ultimo Impero”.

Scatti d’autore che vanno a riempire proprio quelle lacune che noi ignoriamo d’avere quando pensiamo alla Russia.

Soggetti assolutamente comuni, ma mai anonimi: dalle donne che preparano il pane il sabato santo, alle insegnanti cecene che restaurano la scuola distrutta dalla guerra, al bambino di Grozny che gioca con un gattino, ai pescatori del Kazakistan, alle maschere del teatro Mariinskij e dell’Hermitage, pezzi di storia della cultura dell’est.

Sergey Maximishin nasce nel 1964 a Kerch, una cittadina della Crimea.
Nel 1982 si trasferisce a Leningrado, servendo poi l’Armata Rossa in qualità di fotografo per il Soviet Military Force Group di stanza a Cuba.

Dottore in fisica nel 1991 presso l’istituto politecnico di Leningrado, lavora nel laboratorio di ricerca tecnica e scientifica dell’Hermitage Museum.

Nel 1998 la laurea in fotogiornalismo a San Pietroburgo e i primi lavori per la rivista Izvestia, e dal 2003 con l’agenzia tedesca Focus.

Il 2004 lo consacra vincitore del prestigioso World Press Photo nella categoria “arte ed intrattenimento”.

I suoi scatti immortalano scene di vita come solo un pittore realista potrebbe fare.
C’è tutto nelle sue fotografie, dal linguaggio del corpo, alla carica emotiva, al senso della vita che scorre all’interno di scenari lontani ma finalmente comprensibili.

Quando la fotografia incontra l’arte ai suoi più alti livelli.

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