Fascino. Mitologia. Impresa. Giuramento. Sono solo alcune delle immagini che evoca la vista di una spada nella roccia. Impressa nella pietra da secoli. Con le siepi circolari tutte intorno a spintonare il cielo fino a farlo aprire in una leggibile bicromia incuneatosi in una sfida gloriosa dai bagliori infiniti.
Senza andare a scomodare la più famosa delle spade nella roccia, la Excalibur di Re Artù, anche nel suolo italiano, ci fu chi compì questo gesto, fu un giovane convertito alla parola di Dio, e conosciuto come San Galgano (Chiusdino, 1148 – 1181). Questi, arrivato a Monte Siepi (nel senese) dopo una visione del Creatore, non trovando legna per fare una croce, prese la sua spada e la impresse nella pietra.
Quel gesto ebbe un valore emblematico. Galgano Guidotti, in principio, non era che un giovanotto viziato dedito ai piaceri. Nulla a che vedere con l’uomo che sarebbe diventato di lì a qualche anno, in seguito a due visioni dell’Arcangelo Gabriele. Con la spada nella pietra, Galgano rinunciò alla vita mondana, vivendo come un eremita.
Alla sua morte, venne costruita la Rotonda di Montesiepi, edificio religioso di forma circolare, dentro la quale c’è la spada di Galgano.
Si narra che l’arma, nel tentativo di essere rubata (e quindi estratta), venne rotta come ritorsione per non esserci riusciti. Ritornato da un pellegrinaggio e visto lo scempio, su indicazione di Dio stesso (che nel frattempo aveva punto i malfattori), rimettendo insieme i pezzi, la spada si saldò magicamente.
Fu molto più manuale dunque della la ricomposizione di un’altra grande spada, Narsil. L’arma che tagliò l’Anello Dominante dalla mano di Sauron e che sarà consegnata ad Aragorn, erede al trono di Condor, nella saga de Il Signore degli Anelli, creata dalla penna dello scrittore sudafricano, John Ronald Ruen Tolkien (1892 – 1973).
Durante lo studio della spada, alcuni storici trovarono analogie con Excalibur. Tanto per cominciare, il periodo. Entrambe le vicende si svolsero nel XII secolo, e poi non è difficile da non “sentire” una certa assonanza fra il nome del Santo e Galvano, quest’ultimo nipote di Re Artù e cavaliere della Tavola Rotonda.
Un plexiglass mi impedisce di provare l’estrazione. Non è come la Bocca della Verità a Roma. Guardo l’elsa della spada. L’impugnatura del tempo è riassunta in un oggetto a poca distanza. Resto fino all’ora di chiusura. Poi mi affido all’oscurità. Nel mio viaggio senza fine, una nuova scelta all’orizzonte si porta il peso di una roccia da cui liberarsi.





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Anche l’articolo è, a modo suo e per come è scritto, una sfida.
Apre le porte dell’immaginazione verso orizzonti insospettabili dai bagliori infiniti.
Grazie
caterina
Bella Luca, come sempre! SEi poi riuscito a liberarti dal peso?