Sabine Kuegler è nata in Nepal nel 1972. All’età di cinque anni si è trasferita con i genitori, antropologi e missionari, nella giungla della Papua Occidentale.
L’idea era quella di stabilirsi lì per aiutare i papuani ma, soprattutto, per studiare la tribù dei Fayu, mai entrata in contatto con stranieri, perdipiù bianchi.
Sabine ha trascorso metà della sua vita, fino ai diciassetti anni, nella foresta tropicale. E’ diventata un membro della comunità Fayu a tutti gli effetti. Ha mangiato vermi, uccelli e pipistrelli. Ha convissuto con ragni, ratti e serpenti velenosi.
Ma quella resta la sua casa. Ancora oggi.
Adolescente, rimane sconvolta dalla morte di un ragazzo Fayu, cresciuto con lei alla stregua di un fratello. Questo dolore, improvviso quanto lacerante, la spinge ad allontanarsi dalla giungla.
L’impatto con il “mondo civilizzato” è devastante. Treni, autobus, la tecnologia, il traffico la spaventano.
Come lei stessa ha più volte ammesso, “vivere nella foresta a volte era fisicamente impossibile, ma molto semplice da un punto di vista psicologico. Al contrario, in Occidente, la velocità dell’esistenza può portare alla distruzione dell’anima”.
Dopo gli studi in Svizzera, la Kuegler si trasferisce in Germania e all’età di diciotto anni, proprio nel momento in cui la nostalgia di casa e l’incapacità di dialogo con la nuova cultura sono sempre più insopportabili, rimane incinta del primo dei suoi quattro figli.
Il ritorno è impensabile. Avere un figlio al di fuori del matrimonio sarebbe considerato dai Fayu come una violazione del loro codice etico.
Il primo libro di Sabine Kuegler, Figlia della giungla, racconta proprio delle difficoltà affrontate dall’autrice in quegli anni. Lontana dalle proprie radici. Autistica in un mondo troppo veloce, compresso e, al tempo stesso, impenetrabile.
Esorcizzare il dolore diventa un mestiere. Circondarsi di oggetti e persone la normalità.
Ma il richiamo è più forte. Gli odori, il tatto, i sensi sempre attenti. Il vero Panismo. Tutto questo costringe Sabine, a quindici anni di distanza, a tornare in Papua.
Riambientarsi è stranamente semplice. Come se non fosse avvenuto alcun distacco reale.
E’ lo sguardo ad essere cambiato. Non più quello di una bambina, bensì quello di una donna. Di una madre.
Attraverso questi nuovi occhi, Sabine ha letto e codificato una nuova situazione. Pericolosa e sconosciuta.
Il richiamo della giungla, secondo libro della Kuegler, è la cartina di tornasole delle condizioni di vita delle tribù papuane e della foresta tropicale.
Dal 1968 la Papua Occidentale appartiene all’Indonesia. Nel 1967, anno in cui Stati Uniti e Autorità Esecutiva Temporanea delle Nazioni Unite hanno firmato un accordo in cui si legittimava lo sfruttamento minerario della regione, la situazione è precipitata.
Deportazioni. Terre espropriate. Deforestazione. Sfruttamento delle risorse minerarie. Ad opera di multinazionali americane, ma anche cinesi e inglesi, che stanno sventrando un territorio che non gli appartiene per guadagnare in legno, petrolio e oro.
Le conseguenze sugli autoctoni sono incalcolabili. Corruzione. Povertà. Aumento della mortalità infantile. Malnutrizione. Violazione dei Diritti Umani. Disperazione.
Questa miscela ha portato anche a episodi di violenza e ribellioni indipendentiste. Il tutto sotto gli occhi del governo di Giacarta che monitora e previene eventuali scontri con le armi.
In Italia per presentare il libro, Sabine, spesso criticata in Germania per la sua idealizzazione della giungla, sottolinea che il suo compito è quello di raccontare ciò che avviene nel suo paese.
Di catalizzare l’attenzione su un problema esistente e che, pur non sapendolo, riguarda tutti.
“ La Papua Occidentale è un paese troppo lontano. Le persone prestano attenzione solo a ciò che accade sotto i loro occhi. Inoltre, troppi sono gli interessi nella regione di Usa, Cina e GB, tali da censurare possibili fughe di notizie”.





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dear Sabine Kuegler.
I had the good fortune to read your book and I can only thank you ‘because you gave me emotions and you have informed me. and now that I’m in West Papua `I’ll be able to experience this journey differently from others. thanks again.