Viaggio, libertà, emancipazione, fuga, conoscenza, desiderio e ribellione. In una parola? Speranza. In due? Route 66.
Ha fatto la storia di certo modo di intendere la strada, una strada vissuta, una vita sulla strada. A un certo punto non ci fu nemmeno più bisogno di chiamarla route, perché lo era divenuta per antonomasia: la sixty-six.
La fanno cominciare da Chicago e terminare in California, sulla spiaggia di Santa Monica. Ma se non ci fosse stato il Pacifico di mezzo, la sixty-six, potete giurarci, avrebbe proseguito il suo destino di asfalto: impossibile fermare un sogno quando è lui, il sogno, a non volersi fermare.
Nasce nel momento del bisogno: 1926. Da lì a poco scoppierà una crisi economica talmente forte da avere anche pesanti risvolti psicologici: la Grande Depressione obbligherà molti ad estenuanti viaggi verso mete speranzose.
E poi ci si metterà pure la Natura, che spesso pare non ribellarsi alle nostre scelte bizzarre, e che invece in quegli anni deciderà di ruggire tutta la sua rabbia: gigantesche tempeste di sabbia, che in America chiameranno Dust Bowl, devasteranno larghe fette del territorio statunitense.
Fu quindi inizialmente utilizzata per fuggire dalla disperazione, economica ed ecologica. Sono gli anni ’30, anni duri, anni che porteranno il mondo dritto dritto verso la catastrofe di una guerra planetaria. Non c’era spazio per il divertimento, la sixty-six doveva essere solo un mezzo veloce per fuggire.
Poi vennero gli anni del sogno. I ’50 sono quelli del ballo sfrenato, benché la seconda guerra mondiale avesse lasciato pesanti strascichi di miseria. I ’60, poi, sono il sogno.
La sixty-six non serve più per fuggire. Nascono forme alternative di viaggio, legate alla conoscenza del mondo, ma anche di sé. Perché abbandonare il certo per l’incerto è, si sa, un azzardo, ma pure un’occasione.
Sono gli anni di Jack Kerouac che scriverà un capolavoro, nel suo genere insuperato: “On the road”. Sono gli anni del nascente turismo di massa: spuntano come funghi alberghi fantasiosi e dalla forma attraente.
La Sixty-six racchiudeva, in quegli anni, tutto il cosmo dell’America a stelle strisce: c’erano accampamenti indiani, emblemi delle radici degli Stati Uniti, ma pure nacquero il primo Mc Donald’s e il primo Drive In. Consumismo della prim’ora e tradizione a braccetto: perché l’America è tante cose tra loro spesso diverse.
Dopo numerosi rifacimenti, non sempre riusciti, nel 1985 la US Route 66 viene rimossa dal sistema delle highway e rimpiazzata dalla Interstate Highway System. Più tardi un intreccio piuttosto complicato di statali e strade secondarie viene denominata “Historic Route 66″.
Ma non è più quella che fu: viaggiando per quelle strade è facilissimo perdersi nel nulla ed è difficilissimo ritrovare le sensazioni perdute.
Per vivere la Sixty-six, quella vera, quella polverosa attraversata dai disperati in fuga, bisogna immergersi tra le pagine di “Furore” di John Steinbeck. Un viaggio che costa pochissimo e ci restituisce una conoscenza profonda di una realtà perduta per sempre.





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