Zingaro. Essere zingari. Aspetto zingaresco. Terminologia neutra diventata con il tempo negativa a causa di un mondo che si crede cosmopolita, di un’umanità che di se stessa dice di essere “globale”, e invece spesso non riesce a vedere più lontano del proprio micro cosmo.
Detti bohemiens dai francesi, gitanos dagli spagnoli e gipsies dagli anglofoni, sarebbe più corretto parlare di loro come di “rom” o “manush”. Così, almeno, si autodefiniscono.
La loro origine rimane un mistero. Per alcuni provengono dalla Boemia, per altri invece, la loro storia si perde ancora più a est, e più precisamente in India. Oppure potrebbe essere l’Egitto la loro patria iniziale. Loro che, in realtà, non hanno patria e non hanno dimora.
La triste fama che spesso li precede presso di noi occidentali e la declinazione negativa del termine “zingaro”, viene dal fatto che i loro mestieri sono, ai nostri occhi, piuttosto ambigui: saltimbanchi, intagliatori di legno e dicitori di buona fortuna, ad esempio.
Nel nord dell’India, che con tutta probabilità è il punto geografico-storico di partenza della loro fascinosa stirpe, non sarà raro imbattersi in una zingara, spesso bellissima, che chiederà di disegnarvi strani garbugli sulla mano. A sentir lei, conscia del proprio fascino e dei propri occhioni neri, non puoi fare a meno dello scarabocchio, pena sfortune capitali e durevoli nel tempo.
Stirpe orgogliosa e molto severa, spesso non transige su eventuali manchevolezze che avvengono all’interno del gruppo. E quelle poche volte che l’affronto viene perdonato, qualunque esso sia, per festeggiare il mezzo miracolo si organizzano feste alle quali sarebbe straordinario partecipare.
Le donne indossano l’abito più sgargiante del guardaroba. I gioielli abbondano su teste, colli e mani. Il tutto in mezzo a canti, balli e cibarie d’ogni tipo. Le feste del gran perdono.
Durante la seconda guerra mondiale Hitler li trattò alla stessa stregua degli ebrei, perché il fatto di non avere fissa dimora e il fatto di avere una percezione molto diversa del lavoro rispetto ai rigidi canoni “ariani”, era per il dittatore qualcosa di troppo sporco per poterli accettare come essere viventi.
Vennero sterilizzati e trucidati, e oggi la loro dolce vendetta parla chiaro: parla le note di un flauto gitano che suona sotto il cielo di Andalusia, parla con gli occhi di una giovane gitana che non chiede altro se non di essere accettata per quello che è. Diversa da noi come noi siamo diversi da lei.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




