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Robert Falcon Scott, nel bianco del Polo Sud

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Polo Sud, laddove nessuno mai aveva osato. Robert Falcon Scott, inglese, assieme ai suoi due collaboratori, Wilson e Shackleton, lasciò la penisola di Hut Point – Antartide – il 1° novembre 1902.

Gli errori tecnici di quella sfortunata spedizione furono piuttosto sorprendenti, soprattutto se valutati alla luce di un secolo di esplorazioni. Ai classici e affidabili cani da slitta si preferirono, chissà perché, i pony, i quali, assolutamente inadatti a quelle temperature, perirono dopo poco.

Per di più l’inesperienza dei tre fu piuttosto palese; sprovvisti di elementari occhiali Uva, rimasero temporaneamente ciechi, anche a causa delle abbondanti – e prevedibili – nevicate e, addirittura, si pensa che non tutti fossero in grado di montare una tenda correttamente. Le razioni alimentari erano, inoltre, oltremodo scarse.

Il risultato dell’impresa fu un prevedibile disastro: senza mezzi e quasi senza cibo misero piede sul punto più meridionale della terra che mai avesse visto uomo: mancavano, però, ancora 650 chilometri al Polo Sud. Era la notte di capodanno del 1903 e tornarono tutti indietro felici di non essere morti assiderati.

Il viso di Scott tornerà a primeggiare sulle pagine dei giornali nel 1910, quando la corona britannica annunciò al mondo di voler conquistare il Polo Sud. Americani e Russi non sono stati i primi a giocarsi il prestigio per una luna lontana e creduta inarrivabile.

I norvegesi, alla notizia che l’Inghilterra si stava preparando all’impresa, si prepararono pure loro. Partiranno tutti nell’ottobre 1911. Norvegia contro Inghilterra, la sfida dei ghiacchi, poteva dirsi avviata. Una partita strana e avvincente: nessuno dei due sa, infatti, che l’avversario è partito in contemporanea. Azzardi del caso, stranezze della storia.

Il più esperto e attrezzato Roald Amundsen, norvegese e a bordo della storica Fram, arrivò circa un mese prima di Scott, che invece aveva solcato i mari ghiacciati con la nave Terra Nova. Arrivato con lieve ritardo al Polo Sud, Scott vide la bandiera norvegese sventolare fieramente congelata.

E tornò sui suoi passi, un ritorno alla base che divenne ben presto tragedia. Infatti mentre l’esperienza e l’attrezzatura di Amundsen gli permisero di tornare sano e salvo, Scott e il suo gruppo formato da altre quattro persone -, Edgar Evans, Lawrence Oates, Henry Bowers e, di nuovo, Edward Wilson – morirono in condizioni che possiamo immaginare drammatiche.

Si pensa che il primo a morire, colto dalla follia e dalla disperazione fu Evans. Epico, invece, rimane il gesto di Lawrence Oates, secondo nella triste lista, il quale aveva appena perso un piede per congelamento.

Resosi conto di essere un peso ormai insopportabile per i due compagni pure loro allo stremo delle forze, Oates, mezzo congelato, uscì zoppicando dalla tenda durante una terrificante tormenta di neve, dicendo “sto solo uscendo per prendere un po’ d’aria”.

Si voltò e i suoi due compagni lo videro per l’ultima volta immergersi nel bianco.

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