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Ricordando Nikolajewka, 65 anni dopo

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Da circa 17 giorni eravamo in viaggio verso la Russia. All’inizio, la vista delle montagne del Caucaso ci aveva riempito il cuore perchè pensavamo alle nostre belle Alpi, alle nostre case.

Dovunque si levavano canti. Poi, venne la steppa, la piana del Don e, in mezzo a quella polvere, le nostre voci scemarono. Si andava avanti, e basta. In principio, costruimmo dei rifugi sotto terra, a 4 o 5 metri di profondità, che servivano anche per ripararci dal freddo.

Ma già a ottobre, ci si era resi conto che erano insufficienti: il Generale Inverno non tardò ad arrivare e la temperatura scese fino a 40 gradi sotto lo zero. Le nostre condizioni erano precarie: da tempo non avevamo più scarpe, i vestiti erano laceri e i rifornimenti promessi non arrivavano.

Eravamo equipaggiati con armamenti superati: vecchi fucili del 1891, le mitragliatrici Fiat della guerra 1915 – 1918, il vecchio obice Skoda da 75/13. La popolazione russa fu abbastanza generosa nei nostri confronti: ci accoglievano nelle isbe, ci davano qualcosa da mangiare.

I nostri alleati tedeschi, invece, avevano armi nuove, cappotti, cibo, ma con noi non dividevano niente, anzi la loro prepotenza li rese odiosi agli stessi russi, che con gli italiani si dimostravano invece più solidali.

In queste condizioni, si arrivò al 15 gennaio, data della ritirata dei tedeschi. Nei due giorni successivi, arrivò anche per noi lo stesso ordine.

Ben undici battaglie ci portarono a Nikolajewka, lo scontro che permise di sfondare definitivamente il fronte russo, permettendoci di riguadagnare la via verso casa.

Un giovane soldato quella notte del 26 gennaio del 1943, mi disse “Sergente, qui che si fa?”. Io risposi “Qui o la va o la spacca. Qui o l’Italia o la morte”.

A parlare è Ferruccio Tosoni, classe 1916, sergente maggiore della 54° Compagnia Fucilieri del Battaglione Vestone, 6° alpini (lo stesso dello scrittore Mario Rigoni Stern), reduce della terribile battaglia di Nikolajewka.

Di questo terribile scontro, che costò la vita a migliaia di soldati italiani senza contare gli innumerevoli dispersi, ricorre tra pochi giorni il 65° anniversario.

Mi accoglie nella sua casa, a Marone, in provincia di Brescia, in compagnia della moglie Marì. Mi mostra le sue cinque medaglie, tre al merito e due al valore, per gli atti di eroismo compiuti durante il conflitto, numerosi documenti, fotografie.

Perchè in questa guerra, Ferruccio Tosoni non si è fatto mancare niente: oltre alla campagna di Russia, nel giugno del 1940 fu inviato a combattere sul Monte Bianco e in Val d’Isere contro la Francia.

Tra l’ottobre del 1940 e l’aprile del 1941, fu la volta della guerra contro la Grecia, poi nel 1942, la partenza improvvisa per la Russia. Ed infine, l’orrore del campo di concentramento, quando nel settembre del 1943, si rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò.

A Wetterrhur, in Germania, lavorerà come meccanico, sotto l’occhio vigile dei tedeschi, “sempre pronti a gridare ‘sabotage’”. Da qui, sarà liberato nel 1945.

Nelle sue parole e nei suoi occhi, c’è visibile e comprensibile emozione ricordando i compagni caduti in quegli anni terribili, la fame, le umiliazioni, la fatica.

“Noi, eravamo i figli di nessuno”, mi dice. E mi racconta di come questi nostri soldati fossero come pedine da gioco, pronte ad essere immediatamente sacrificate alle ideologie di chi allora comandava il Paese.

Mi racconta della sua partenza del 1940, verso il fronte occidentale, che fu improvvisa:“La guerra contro chi?” si chiedevano questi soldati tradotti in pochissimo tempo verso est. Si seppe “poi” verso la Grecia. E così fu anche per la partenza verso la Russia.

Prima di andare via, mi fa vedere fiero le foto dei figli e dei nipoti, mi racconta cosa fanno, mi dice che vanno benissimo a scuola, scherza con la moglie sul suo vizio del fumo.

E penso alla bellezza di ritornare a sorridere e a vivere dopo aver visto da vicino tanto orrore.

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LIBRI

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"Tanti viaggi" di Vittorio Orsenigo - Archinto, 2011

Tangenziali, due viandanti ai bordi della città

"Tangenziali - due viandanti ai bordi della città" di Gianni Biondillo, Michele Monina - Guanda, 2010



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