Qualche giorno fa scrivevamo di come alcune usanze si presentino come connettori transculturali: si trattava allora di corredi funebri, una prassi che sembra accomunare la maggior parte delle culture antiche.
Ma vi sono anche altre consuetudini che ricorrono nelle civiltà primitive di ogni luogo. Stiamo parlando dei sacrifici umani, una pratica che era utilizzata, alla prova dei fatti, ovunque, dall’Europa alle Americhe, per placare le voluttà di divinità capricciose.
L’ultima conferma viene dal Messico, dove un team di studiosi, capitanati dall’archeologo Guillermo de Anda, dell’Università dello Yucatan, ha fatto alcune importanti scoperte relative alle pratiche cultuali maya.
Queste popolazioni usavano sacrificare esseri umani agli dei per ottenere piogge abbondanti, necessarie per avere, poi, ricchi raccolti nei campi. Il rituale avveniva in un modo particolarmente cruento: le vittime venivano gettate in grandi caverne sacre, piene di acqua, chiamate “cenotes”, e lì lasciate affogare.
Questi posti non servivano solo come cisterne per l’approvvigionamento d’acqua, ma erano ritenuti i luoghi di connessione con il mondo dell’aldilà.
E’ stata proprio l’analisi delle ossa rinvenute in uno di questi “cenotes” a stabilire un’importanze differenza con i sacrifici umani dell’Occidente: i maya prediligevano per le loro pratiche giovani fanciulli maschi, di età compresa tra i 3 e gli 11 anni.
Generalmente, essi venivano gettati nelle polle d’acqua mentre erano ancora vivi, riccamente adornati di gioielli, mentre in altri casi, le povere vittime venivano prima fatte a pezzi.
Tutto ciò per assicurarsi la benevolenza di Chaac, dio delle piogge, che i maya ritenevano essere particolarmente incuriosito dagli esseri di piccole dimensioni (e da qui l’usanza di sacrificare fanciulli in tenera età).
Questa scoperta rivoluziona alcune credenze sugli antichi Maya. La presenza di ricchi ornamenti di giada aveva fatto presupporre che, ad essere vittime dei sacrifici, fossero prevalentemente giovani vergini, come avveniva, invece, nell’Occidente greco.




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