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Quando la Fallaci resuscitò da Tlatelolco - foto : Esercito allo Zocalo - Foto tratta da Wikipedia
Esercito allo Zocalo - Foto tratta da Wikipedia

Quando la Fallaci resuscitò da Tlatelolco

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Il 1968 fu senza dubbio un anno particolare. Lo fu soprattutto per quel sentire comune che sembrò d’un tratto pervadere genti diverse per geografia, cultura e tradizioni e che, sovente, subì la repressione violenta dei governi, simboli legalizzati di un potere ormai logoro e incapace.

Esempio di questa trasversalità geografica di reazione fu il massacro di Plaza de las tres Culturas a Tlatelolco, Città del Messico, del 2 ottobre 1968.

Prova dell’asfissiante cortina di silenzio che in questo, come in tutti gli altri casi, avvolge le repressioni di stato, è il fatto che mai, fino ad oggi, si è riuscito a fare una stima precisa dei morti di quel giorno: si parla di più di 300, ma le fonti governative hanno continuato sempre a sostenere che ci furono solo 50 morti, 34 di loro addirittura militari.

Il massacro fu preceduto da mesi di inquietudini politiche nella capitale messicana: il 27 agosto per esempio circa 200 mila studenti manifestarono nel quartiere popolare del Zocalo per essere dispersi dall’esercito messicano il giorno successivo.

Obbiettivo degli studenti era approfittare dell’attenzione mediatica che i Giochi olimpici di Città del Messico avrebbero certamente prodotto, per mettere così in cattiva luce l’allora presidente Gustavo Diaz Ordaz.

Ma se da un lato c’era la sola dimostrazione del dissenso con pacifiche adunate di piazza, dall’altro la mano pesante dell’esercito sembrava poter essere l’unico strumento di dialogo fra le parti in gioco: l’occupazione del Campus dell’UNAM ne fu l’ennesima dimostrazione.

Per protestare contro questo sopruso, il 2 ottobre, dopo ben nove settimane di sciopero studentesco, 15 mila studenti di varie università marciarono per le vie della città raccogliendosi, al calare della notte, in Plaza de las tres Culturas a Tlatelolco. Fra loro, insieme a molti lavoratori e numerose famiglie, anche una giovane cronista italiana: Oriana Fallaci.

La reazione dell’esercito fu identica a quella fino ad allora adottata in tutti gli altri casi: violenza cieca. Carri blindati e veicoli da combattimento, dopo aver circondato la piazza, aprirono il fuoco sui protestanti. Assieme alla massa di cadaveri che ben presto si formò, c’era anche il corpo di Oriana Fallaci che, creduta morta, venne portata in obitorio.
Fu un prete, molto più tardi, ad accorgersi che invece la donna era ancora viva.

Il massacro continuò per ore e ore. Testimoni riferirono che la piazza fu liberata dai cadaveri addirittura con dei camion dell’immondizia.

29 anni dopo il massacro, nell’ottobre 1997, il congresso messicano diede mandato a un comitato di investigare sul massacro. Luis Echeverria Alvarez, (all’epoca Segretario del Governo) ammise candidamente che gli studenti erano disarmati e che l’attacco militare fu pianificato per distruggere il movimento studentesco.

Nell’ottobre 2003 anche il National Security Archive dell’Università George Washington disse la sua, pubblicando documenti scottanti: preoccupato per la sicurezza dei Giochi olimpici, su richiesta del governo messicano, il Pentagono infiltrò nel paese numerosi agenti istruttori di lotta antisovversiva.

Assieme a loro anche armi, munizioni e sofisticate tecnologie per la comunicazione militare varcarono il confine. Sei giorni prima del massacro il segretario degli Stati Uniti e il direttore della CIA tranquillizzarono i vari agenti affermando che la situazione sarebbe stata di nuovo sotto controllo da lì a qualche giorno.

Dopo quel 2 ottobre in Piazza delle Tre Culture, il Messico tornò ad essere la “tranquilla dittatura” dei giorni antecedenti il movimento studentesco.

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