Preah Vihear guarda tutti dall’alto, mentre la sua ombra taglia il confine tra Cambogia e Tailandia. Il tempio induista è lassù, solitario, circondato dal verde intenso dei monti Dangrek. E dalla bramosia di chi lo vuole per sé.
La storia dell’edificio sacro si perde nel tempo. Il primo sito fu edificato all’inizio del IX secolo, ma i resti più importanti sopravvissuti sino a oggi, risalgono al 1002-1050 sotto il regno di re Suryavarman I e al 1113-1150, epoca di re Suryavarman II. Proprio all’apice dello splendore dell’Impero Khmer.
Il periodo di regno di questo sovrano è raccontato in un’iscrizione ritrovata all’interno del tempio: fornisce particolari sui rituali religiosi e sulle festività in cui venivano offerti doni a Brahman che, nella scuola Yoga Induista, rappresenta l’Origine Divina di ogni essere.
La struttura dedicata a Shiva, uno degli dei indù, è stata realizzata lungo l’asse nord-sud anziché verso est come tutti gli altri templi Khmer. E oggi la sua particolare posizione è motivo di contrasto tra la Phnom Penh e Bangkok che lo reclamano a sé.
Gli accordi di inizio Novecento tra Francia e Tailandia stabiliscono che la zona del tempio è in territorio cambogiano. Una commissione congiunta nel 1904 divide il sito in due, delineando in malo modo il confine fra gli Stati. Decisione poi sconfessata da una mappa del 1907.
La diatriba si riaccende nel 1954 quando la Cambogia ottiene l’indipendenza e la Tailandia occupa il tempio. Solo nel 1963 la Corte Internazionale decide che Phnom Penh è la legittima proprietaria del luogo sacro.
Luogo diventato roccaforte dei Khmer rossi durante la dittatura di Pol Pot che porterà alla morte milioni di persone. Nel 1998, dopo trent’anni di guerra civile, la pace torna nella zona. Almeno sino al 2001 quando si riaccendono i contrasti per l’inquinamento delle falde acquifere vicine all’area.
Nel luglio di quest’anno, l’Unesco accetta la proposta cambogiana e dichiara Preah Vihear “patrimonio mondiale dell’umanità”. Per Phnom Penh è la vittoria agognata, per Bangkok, invece, la decisione sancisce de facto l’annessione del tempio entro il suo confine.
Le dichiarazioni si sprecano, ma la soluzione non si trova. Gli eserciti dei due paesi si schierano lungo la frontiera: 4000 uomini armati danno vita a una guerriglia silenziosa. Che allontana i turisti, da sempre affascinati dallo splendore della costruzione.
Poi i primi morti negli scontri dei giorni scorsi, raccontati a stento dalle agenzie. Dopo oltre cento anni Preah Vihear è ancora vittima di una disputa secolare, mentre il verde intenso dei monti Dangrek si colora di rosso sangue.





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