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Postulato zero: “Per un futuro senza guerre” - foto : La nonviolenza esce dall'ombra © Luca Ferrari
La nonviolenza esce dall'ombra © Luca Ferrari

Postulato zero: “Per un futuro senza guerre”

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Parlare di pace al giorno d’oggi, suona spesso di retorica. Che cosa significa la pace? Discuterne e non agire, ha ancora senso? Ha logica scendere in piazza lontano dal pericolo, per una causa, se poi, una settimana dopo nessuno fa più nulla?

Forse sarebbe tempo d’iniziare a fare qualcosa di veramente utile per chi non può difendersi, invece che per il quieto vivere delle nostre coscienze. Forse è tempo di scandire meno slogan, sventolare meno bandiere e impegnarsi per un cambiamento più concreto.

Alberto L’Abate, una delle massime figure della nonviolenza italiana e internazionale, prova a dare una risposta (e non solo) a simili quesiti e riflessioni con il suo libro recentemente pubblicato Per un futuro senza guerre (Liguori Editore). Il volume sarà prossimamente recensito su queste stesse pagine, attraverso più articoli.

Ma prima di addentrarmi dettagliatamene nelle pagine di L’Abate, vorrei partire da un concetto, troppo spesso trascurato, e di fondamentale importanza. C’è una storia che ingurgitiamo fin da bambini che volutamente trascura le azioni umane più nobili, e soprattutto nonviolente, a vantaggio di una visione assassino-economica. Perché?

Comunemente la nonviolenza viene vista come una reazione dei deboli. Di chi non vuole combattere. Di chi la colpa? L’uomo è davvero “programmato” per uccidere o c’è qualcuno che ha interesse a perpetrare questa linea?

Iniziamo intanto a domandarci del perché Adolf Hitler, Stalin, Saddam Hussein vengano giudicati (a ragione) assassini, mentre figure come Giulio Cesare, Hernan Cortez e altri personaggi, no, o comunque meno.

Da quando entriamo in terza elementare, s’inizia a studiare guerre. Alcuni però godono di uno status privilegiato. Sento sempre dire che i Romani avevano rispetto dei credo dei popoli che assoggettavano. Vero o falso che sia, quando conquistavano una nazione, lo facevano “a fil” di spada. Non con i fiori.

Chi è che decide cosa dobbiamo studiare? Lo Stato Italiano si dice contro le guerre, eppure c’inculca fin da bambini che certi atti appartengono alla gloria, altri all’angolo. Perché?

Nel libro sopraccitato, Alberto L’Abate narra alcuni esempi di come la nonviolenza abbia ottenuto notevoli successi. Fatti questi che o vengono totalmente ignorati dalla storiografia più comune, o quanto meno modificati.

Un facile esempio lo traggo dal libro, Storia Contemporanea (A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto; Editori Laterza), a proposito del post I Guerra Mondiale. Siamo nel bacino minerario tedesco della Rurh dove Belgio e Francia, traendo pretesto dalla mancata corresponsione di alcune riparazioni in natura, inviarono truppe militari.

“Impossibilitato a reagire militarmente” si legge sul testo, “il governo tedesco incoraggiò la resistenza passiva della popolazione: imprenditori e operai della Ruhr abbandonarono le fabbriche, rifiutando ogni collaborazione con gli occupanti”.

La parte iniziale è emblematica, poiché questa forma di resistenza nasce da una situazione di non risposta militare. In altre parole, se avessero potuto, avrebbero risposto con fucili. Il che è falso. E così facendo si perpetua l’idea che la pace è un’anomalia fra le guerre. Che a loro volta sono la normalità.

La versione che ci offre L’Abate è molto diversa, spiegando infatti che si sviluppò una forma di resistenza nonviolenza in modo abbastanza spontaneo.

Questa cominciò come forma di non collaborazione degli operai delle miniere e di tutte le persone che partecipavano allo sfruttamento di queste da parte dei francesi. Il boicottaggio utilizzava forme diverse di resistenza: dal far finta di non capire gli ordini e non obbedirli, al fare degli errori.

Vita impossibile per sfruttare adeguatamente le miniere dunque, e i transalpini iniziarono ben presto a richiamare i propri operai, ma così agendo i profitti divennero inferiori alle spese. Dopo qualche anno, la Ruhr tornò in mano ai legittimi proprietari.

Ma non è finita. Il libro dell’Età Contemporanea, se la cava passando al governo di Gustav Stressman, e spiegando che: in quanto convinto che la rinascita della Germania sarebbe stata possibile solo attraverso accordi con le potenze vincitrici, Stressman ordinò la fine della resistenza passiva e riallacciò i rapporti con la Francia.

Il tutto viene dunque incanalato in un meccanismo politico-economico dimenticando (volutamente?) l’iniziativa umana NONVIOLENTA, che al contrario e senza troppi calcoli utilitaristici, era scesa in campo per dare ai cittadini tedeschi solo ciò che gli spettava.

La storia va riscritta. La storia va re-insegnata. A partire da quando siamo piccole menti che assorbono inconsapevolmente quello che ottusi burocrati ordinando a vecchi e nuovi docenti. La Storia riguarda tutti noi. La Vita dell’oggi e del domani nel mondo comincia da molto lontano.

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