Il fascino di rincorrere la voce umana per il solo piacere di rincorrerla. Questo, in estrema sintesi, è ciò che sembra spingere nel 2009 i coraggiosi fruitori delle antiche onde radiofoniche.
Nel mondo dell’immagine, del corpo usato come arma per penetrarti nelle viscere, ecco che la modulazione della frequenza, il sedersi nella penombra, il rimanere in semplice ascolto, diventa un gesto di diserzione assoluta.
Ascoltare, non guardare, l’imperativo. A Milano questa voglia di parlare praticamente nacque partigiana. Si riporta dalla voce del Ministero delle Poste e dei Telegrafi: “Il RD 8.21923 n.1067 stabilisce che l’impianto e l’esercizio di telecomunicazioni per mezzo di onde elettromagnetiche senza l’uso di fili sono riservati allo Stato, con facoltà del Governo di accordarli in concessione”.
Storia di un’Italia diversa a cavallo tra le due guerre e già nelle avide mani del regime fascista che non poteva, ovviamente, sopportare che le parole corressero libere lungo tutto lo stivale.
Ma la politica in questa storia non c’entra poi più di tanto. Qui si parla del guizzo d’ingegno che sa cogliere solo gli audaci: mettere alla prova se stessi con la volontà di lasciare al mondo un segno indelebile della propria esistenza tra le file dell’umanità.
Questa è una storia di pirati, bucanieri dell’etere. Il nome del capitano del vascello radiofonico era Eugenio Gnesutta e la sua ciurma di coraggiosi radioamatori prendeva il nome di Posto Zero, primissima emittente radiofonica a trasmettere senza il permesso dello Stato.
E tutto questo avvenne nel ventre di una Milano d’altri tempi. Ci troviamo, infatti, nel cuore della città meneghina, in via S. Spirito, non lontano dalla modaiola via Montenapoleone. Esattamente dentro un semplice portone, nascosta da chi ha occhi solo per le vetrine dai prezzi esorbitanti, c’è una targa che segna il passaggio dall’uomo alla leggenda.
“I Radio Amatori – Boschetti Gnesutta De Angelis Pagliari e Pugliere – in questa casa il 10-5-25 attivarono la prima radiostazione di broadcasting di Milano chiamata Posto Zero”. Ma sono proprio le modalità dell’impresa ad accendere un sorriso in noi e anche un profondo senso di rispetto per chi mise il proprio ingegno al servizio di un’idea coraggiosa.
Lo stomaco che probabilmente era preso dall’emozione. Il tasto che spingeva l’elettricità negli apparecchi che a loro volta lanciavano il segnale nel cielo di una silenziosa Milano. Il tutto condito dalla probabile paura di non raggiungere nessun orecchio.
Si invitava chi fosse in ascolto a uscire da casa e recarsi in un preciso bar per fare un brindisi. Quella sera i calici che si alzarono furono tantissimi. Non importa che in seguito il tutto fu rilevato dall’Unione Radiofonica Italiana. Riconoscimento questi pirati chiedevano e riconoscimento ottennero.
Storie di una Milano dimenticata.





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