La parola Shoah, il terribile Olocausto del popolo ebraico perpetrato dai nazisti, è ormai di dominio pubblico. Un po’ meno lo è il termine Poraimos, che sta a indicare il genocidio degli zingari sempre per mano dei nazisti.
Da sempre questo popolo, di origine probabilmente indiana, è stato male accolto e vittima di razzismo, pregiudizi e discriminazioni. Gli zingari sono sin dalle origini (e oggi ancora) considerati pericolosi e inclini alla delinquenza, ma, fino all’epoca nazista, non era mai stato negato loro il diritto all’esistenza.
Il 14 luglio 1933, un Adolf Hitler appena salito al potere in Germania li dichiara eterogenei alla popolazione tedesca e, di conseguenza, indegni di vivere. Erano tuttavia ancora il loro stile di vita nomade e la loro non-integrazione le cause di questa ostilità, non si parlava ancora di questione razziale.
Rom, Sinti e Kalè erano infatti annoverati tra i cosiddetti asociali, insieme a detenuti politici, omosessuali, prostitute, alcoolisti e testimoni di Geova. Tuttavia, la politica nazista arrivò ben presto a una vera e propria forma di odio razziale nei loro confronti.
Nel 1939, le leggi di Norimberga a tutela “del sangue e dell’onore tedeschi” affermarono che il sangue zingaro non fosse “affine” a quello ariano. Che oggi fortunatamente si sia capito che l’idea di una razza ariana fosse, per non usare termini più volgari, una terribile idiozia è ormai cosa nota, ma anche allora la questione zingara pose al Nazismo problemi di credibilità.
Hitler e seguaci, infatti, sostenevano che la razza ariana fosse una razza eletta di origine indoeuropea, ma chi era più indoeuropeo degli zingari? Seguendo concetti puramente biologici, gli zingari avrebbero dovuto essere considerati ariani puri.
Per non cadere nel ridicolo e, soprattutto, per continuare indisturbati il loro progetto criminale, gli scienziati nazisti affermarono che le popolazioni gitane avessero origine da “un ramo degenerato della razza indoeuropea” e che essi occupassero il Lebensraum (spazio vitale) tedesco senza averne alcun diritto.
Vennero fatti presunti studi biologici su di loro e qualcuno teorizzò addirittura l’esistenza di un pericolosissimo gene dell’istinto al nomadismo. Questa popolazione, secondo l’ottica distorta di Hitler, andava annientata, iniziarono così le sterilizzazioni coatte e le deportazioni nei campi di concentramento: Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Natzweiler.
In tutti questi luoghi tristemente famosi, gli zingari erano caratterizzati da una Z e da un triangolo nero cucito sulle divise, l’equivalente della stella gialla per gli ebrei. Ad Auschwitz-Birkenau esisteva un’intera sezione, la BIIE, destinata a loro.
Una volta internati, il trattamento a loro riservato era diverso da quello degli altri prigionieri. Niente selezione iniziale (selezione in cui si dividevano gli adulti abili al lavoro da bambini, anziani e disabili destinati alle camere a gas), niente lavori forzati, niente divisione tra uomini e donne.
A prima vista questo potrebbe sembrare un trattamento privilegiato, se di privilegi si può parlare in un contesto simile, la realtà tuttavia era diversa. I prigionieri zingari erano lasciati completamente a loro stessi, senza la benché minima forma di assistenza e di controllo (l’unico controllo era il filo elettrificato che recintava il loro campo).
Questo portò a condizioni igienico-sanitarie ancora peggiori che nelle altre sezioni dei vari lager e alla diffusione di pericolosissime epidemie. Inoltre, moltissimi zingari, specialmente i gemelli, caddero vittime degli allucinanti esperimenti pseudoscientifici del dottor Mengele.
Esperimenti per verificare la sopravvivenza umana a temperature estreme, oppure l’inoculazione di pericolosi virus e germi. Tra questi esperimenti, le numerosissime fucilazioni e le immancabili camere a gas, le stime parlano di almeno mezzo milione di zingari caduti sotto il regime nazista.
Un genocidio di cui si parla troppo poco. Purtroppo.





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