Ogni anno in Piemonte, ormai da decenni, all’avvicinarsi del periodo pasquale, vengono rispolverate vecchie tradizioni locali. Alcuni paesi, borgate e frazioni, in particolare dell’astigiano e del cuneese, attraverso eventi, feste di piazza e rievocazioni storiche, ripropongono quello che, una volta, è semplice quotidianità.
In questo caso, tra tanto attesa primavera e festa religiosa, tra usanze e vita contadina, tra passato e presente, si tira fuori dal baule della nonna il cantè j’euv. Questo originale appuntamento si svolge abitualmente nel periodo di quaresima ed è un momento di aggregazione sociale, di goliardia, di leggerezza dell’animo.
Letteralmente, l’espressione significa “cantar le uova”. In effetti, nelle campagne esiste un rito antico che celebra il rinnovo della stagione primaverile e della Pasqua il cui simbolo è, appunto l’uovo. Quest’ultimo è metafora di rinascita e, nella cultura cristiana, di resurrezione.
Già gli antichi Egizi e i Persiani si scambiano uova dipinte nelle feste propiziatorie della fertilità. E pare che, tra i Romani, Plinio dipinga le uova di un acceso color rosso per poi seppellirle nei campi, in modo da allontanare i malefici influssi che agiscono contro il buon raccolto.
Il cerimoniale del cantè j’euv si permea interamente su un tradizionale canto di questua intonato da vari gruppi di giovani che, nelle ore serali, quando le ombre assumono aspetti diversi dal giorno e tutto si trasforma e si cela, girovagano di cascina in cascina.
Cantano, suonano e chiedono uova da riporre in una cesta, solitamente di vimini, portata da un ragazzo abbigliato da frate. Il cosiddetto fratucin. Nelle comunità rurali le uova sono considerate preziose e rappresentano una delle poche ricchezze contadine quale merce di scambio. Regalarle, quindi è un importante gesto di solidarietà per chi le riceve e di privazione per chi le dona. Ma una privazione fatta di generosità.
La filastrocca dialettale che accompagna i questuanti nelle varie cascine di campagna, intonata a voci ben alte, recita, in italiano, per lo più così: “siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera per venirvi a salutare e darvi la buonasera”. Poi seguono le altre strofe che di solito sono scherzose e cercano di ingraziarsi la padrona di casa o di complimentarsi con la fanciulla della famiglia.
Il paese si anima di canti, di musiche con l’unico scopo di stare insieme a contatto con la natura. Non serve niente di particolare per divertirsi e per apprezzare la compagnia. Bastano il desiderio di fraternizzare, l’allegria…e poche uova!
Oggi, come ieri, molti gruppi spontanei cercano di far rivivere le usanze degli avi, dando, così nuova ninfa vitale al vecchio Piemonte. Si accettano ancora le uova, ma la maggior parte delle volte si preferisce donare e raccogliere denaro, anche piccole cifre, affinché poi vadano in beneficienza, magari alla chiesa del paese.





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