Monument commémoratif de la rafle du Vel' d'Hiv'. Paris 15ème. Arr © Mémoire 78
Uno degli episodi più tristi e vergognosi della storia francese porta la data del 16 luglio 1942 e il nome di Rafle du Vel’ d’hiv’, rastrellamento del velodromo d’inverno di Parigi.
In quel giorno, alle quattro del mattino, ebbe inizio un’operazione di polizia militare che portò all’arresto di 12884 ebrei: 4051 bambini, 5802 donne e 3031 uomini.
Alcuni arrestati, i single e i coniugi senza figli, furono inviati subito al campo di transito di Drancy, campo di concentramento a nord della capitale francese, nel quale erano alloggiati i prigionieri prima di essere deportati in Germania o in Polonia.
Altri, la maggioranza, compresi tutti i bambini, furono rinchiusi per giorni nel Velodromo d’inverno, ecco l’origine del nome di quel tristissimo giorno.
All’orrore delle deportazioni e del Nazismo in sé, si aggiunge l’orrore delle condizioni in cui dovettero non vivere, bensì cercare di sopravvivere i 7000 internati.
All’interno della costruzione, nulla era stato preparato per il loro arrivo, tutti erano stipati con meno di un metro quadrato a disposizione di ciascuno.
Le pochissime persone che, in qualità di assistenti sociali, poterono entrare a portare un misero sollievo a quei disperati, parlano di condizioni disumane sotto ogni aspetto.
Cibo scarsissimo, per non dire nullo (soltanto il terzo giorno furono distribuiti 70 grammi di pane e una tazza di brodo a testa).
Assenza di toilette, con le logiche e orribili conseguenze.
Temperature insopportabili dovute all’unione tra il mese di luglio, l’elevatissimo numero di persone e la chiusura totale di porte e finestre. Odori nauseabondi. Malori, svenimenti, parti e aborti.
Dopo alcuni giorni, le vittime della Rafle furono deportate nei campi di Drancy e Beaune-la-Rolande e, successivamente, in Germania. Su 12884 persone, soltanto 811 fecero ritorno.
E, nel 1995, a cinquant’anni dalla fine della guerra, il Presidente francese Chirac riconobbe la responsabilità della Francia nella Shoah.
"Vivrò con il suo nome, morirà con il mio-Buchenwald, 1944" di Jorge Semprún - Einaudi, 2005

Sono stati rinvenuti per caso durante lo sgombero di un vecchio appartamento nella capitale tedesca. Furono disegnati nel 1941 da un prigioniero per l’ampliamento del campo di sterminio e portano la firma di Heinrich Himmler.

A Hitler non interessava il progresso della scienza: a lui interessava il progresso scientifico a fini eugenetici, razziali e militari. Per difendere la “pura razza ariana” e vincere la guerra.

Il delirante progetto nazista per migliorare la razza ariana era la soppressione di tutti i portatori di handicap. Ecco la folle storia di quegli anni terribili.
[...] Parigi, il rastrellamento del velodromo d’inverno [...]
Ho appena finito di leggere un romanzo , la chiave di sarah, dove si narra di questo triste episodio…
Sono rimasta colpita da quello che è accaduto, ma più di tutto sono rimasta allibita dal fatto che nello studio della storia non venga approfondito questo aspetto che riguarda anche noi italiani.
Certo non è piacevole ritenersi i “complici” della Shoah..ma di fatto è stato così…
Il non ammettere gli errori, che nella nostra storia invece ci sono, fa meno onore a chi li ha dovuti subire e anche alla nostra memoria.
Dalla lettura di un semplice romanzo, ho trovato l’imput a volerne sapere di più…per non dimenticare, per essere consapevole…
Ho quattro bambini e credo che dovrebbero poter studiare tutto del periodo nazista, perchè la storia ci insegna a conoscere tutti i lati di un’umanità che possono davvero superare i limiti, in tutti i sensi.
Viviamo ancora in un’epoca dove i pregiudizi, le differenze vengono sottolineate…ricordarsi a cosa hanno portato in un periodo storico non troppo lontano da noi, può solo esserci d’aiuto e di monito!
ho appena finito di leggere “La chiave di Sarah” e, nonostante avessi già letto e visto molte cose sull’argomento, questo libro mi ha fatto riflettere ancora di più. E’ assolutamente necessario formare e onformare le nuove generazioni su quello che è accaduto e solo adesso capisco che solo la memoria può allontanare il pericolo che capiti un’altra volta. Bisogna far passare queste informazioni perchè i giovani hanno orecchi solo per le belle notizie e, non sono abituati a riflettere sulla sofferenza.