Entrare in contatto con le realtà rom presenti sul territorio lombardo non è semplice. Il crescente caso mediatico costruito dai giornali e dalle televisioni ha reso invisi a queste comunità la figura del giornalista.
Non pago di quello che in questi ultimi tempi ho letto sulla carta stampata, mi sento in dovere di ricercare e intervistare chi i rom li segue concretamente ogni giorno.
Nella mia ricerca di contatti, la prima associazione che senza esitazione mi ha concesso un’intervista è la storica Opera nomadi, prima a nascere in Italia per integrare le comunità rom e sinti.
Mi accoglie Maurizio Pagani, vicepresidente dell’associazione.
Rimango molto colpito dall’ospitalità che ricevo. Se da altre parti ho dovuto passare per burocratici uffici stampa e segretarie, qui vengo accolto direttamente nella sua casa, dove l’intervista si è sciolta in una piacevole chiacchierata.
“L’arrivo dei rom provenienti dalla Romania non è fenomeno solamente di questo periodo ma è già da sei anni che avviene e accanto a loro nella penisola sono presenti sul territorio da decenni le comunità rom/sinti italiane e le comunità dell’ex Jugoslavia”.
Il mio interlocutore sembra voler subito arrivare al sodo della questione quando afferma: “Il fenomeno è assolutamente vasto e i fondi che vengono spesi per l’integrazione e l’aiuto di queste persone si concentrano a Milano solo su una parte decisamente minoritaria di quest’ultimi e più precisamente su quelli residenti nel campo di Via Triboniano”.
Tramite i media locali conosco molto bene quella struttura: campo famoso per essere il “fiore all’occhiello” delle istituzioni meneghine e noto perché per viverci si deve firmare “il patto di legalità”. In poche parole, è un contratto scritto che sancisce i diritti e doveri degli ospitati nei confronti della città di Milano.
“Trascurano – continua Pagani – la presenza in Milano di altre duemila persone circa che vivono nelle aree dimesse, quelli che poi sono più vicini alla gente. Il campo di Via Triboniano intercetta solo un quinto della popolazione rom di origine romena e un decimo della totale”.
In una ricerca veloce su internet riesco a capire meglio cosa sia questo patto. E’ un contratto firmato tra le istituzioni e i residenti del campo nomadi nel quale quest’ultimi promettono solennemente di rispettare tutte le leggi in vigore sul suolo italiano in cambio di un campo attrezzato e assistito.
Detto così sembra qualcosa d’impeccabile, ma Maurizio Pagani mi fa notare: “Questa è pura discriminazione. Le regole morali appartengono a ogni essere umano e far firmare solo a loro questa cosa è come asserire che tutti i rom sono sprovvisti di una moralità certa”.
In effetti, sarebbe come se a un italiano in ingresso negli Stati uniti fosse chiesto di firmare un patto per non intraprendere attività mafiose sul suolo americano.
Quindi, chiedo quali progetti alternativi l’associazione Opera Nomadi propone alle soluzioni trovate dal Comune di Milano.
“Negli ultimi quindici anni tra tante cose fatte, siamo riusciti a costruire esperienze nuove e interessanti: abbiamo fatto nascere tre cooperative rom che la Giunta da quest’anno ha deciso di non sovvenzionare più, abbiamo formato dieci mediatrici culturali per le scuole che ancora oggi stanno aspettando di sapere se riceveranno lo stipendio dal Comune per l’anno in corso.”
Indubbiamente Pagani fa capire che la sua associazione non è al riparo da sbagli e sviste: “Il nostro progetto è di certo perfettibile, ma è l’unico che possa far integrare veramente i rom nella società. Il campo di Via Triboniano sembra più invece una trovata politico-demagogica che non serve né ai rom, né alla città”.
Chiedo al mio interlocutore di spiegarmi più precisamente dove sta il fallimento della politica messa in atto quella zona.
“Semplice, già il concetto di campo è un concetto vetusto, i campi nomadi sono stati un momento di passaggio di una politica abitativa che da qualche parte doveva pur iniziare. Nella città che ospiterà l’Expo invece ancora oggi si preferisce costruire un insediamento ‘anacronistico’ di settecento persone, in sostanza un grande ghetto”.
Ho sempre conosciuto i rom come ‘nomadi’, e allora chiedo che senso abbia creare politiche ‘stanziali’ per questo tipo di comunità. “Il nomadismo, tranne che in certi casi isolati, è stato abbandonato dai rom che oggi preferiscono una vita in loco, costruendo possibilmente una casa fissa”.
Una voce oramai comune afferma che infondo i rom per natura non accetterebbero una casa popolare. “Vedi, loro hanno un rapporto con il territorio diverso. Intanto il numero di chi ha fatto richiesta di casa s’è alzato, spaventando le istituzioni, poi bisogna comprendere che molte volte gli appartamenti isolati sono inadatti al loro schema di famiglia allargata”.
Sentendo queste parole mi viene in mente mio nonno, milanese doc, che nel suo cortile di viale Monza, dove era nato, aveva e voleva uniti tutti i suoi parenti. “Se le politiche abitative a Milano fossero diverse ci sarebbero centinaia di famiglie rom già sistemate nelle case popolari”.
Dopo una chiacchierata di quasi un’ora mi congedo dal mio interlocutore con la promessa di visitare prossimamente con lui un campo rom per vedere dal vivo l’operato della sua associazione.
La sensazione d’aver conosciuto la parte della realtà tralasciata dai grandi mezzi di comunicazione è reale. E fa sì che la mia curiosità non finisca con la fine della bobina sulla quale l’intervista è registrata.
C’è ancora tanto da vedere, ne sono certo.






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[...] popolo nomade della Svizzera, tra le discriminazioni del passato e le difficolt
Il VI° Circolo, in cui sono docente, possiede una mostra “In viaggio nel vento” sulla Comunità Rom di Asti. Composta da 60 fotografie su supporti leggeri in PVC 40×60. a firma Franco Rabino (30 B/N) e Michela Pautasso (30 a colori ) è accompagnata da un piccolo catalogo dal costo di euro 5 al pubblico. Già esposta a Superga e all’Archivio di Stato di Asti è a disposizione gratuita di chi volesse esporla dal 16 Febbraio in avanti con il solo costo delle spese di spedizione.
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