Quando vado a Roma, cinque-sei ore di treno sono una buona opportunità per starmene accanto al finestrino con un computer sulle ginocchia. Una romantica apnea per sistemare quella serie di semplici dettagli che, nella frenesia quotidiana, si delega sempre a un non precisato momento di calma.
Abbandonata Firenze S. Maria Novella, da cui si ha sempre l’impressione di ritornare indietro (poiché stazione chiusa), inizia l’ultima parte del viaggio. Quella senza fermate. Con qualche curva “acrobatica”. È allora che il mezzo viaggia sparato, e se in ritardo, riesce a recuperare qualcosa.
Superata la noiosa parte dei tunnel, quando inizio a entrare nel Lazio, vengo accolto delle verdi campagne locali. Inauguro la connessione senza fili, e tra i tanti (inutili) messaggi di posta elettronica, ne trovo uno diverso dagli altri. È la newsletter di Medici Senza Frontiere. Parla del conflitto nel Nord Kivu.
Alzo il volume della canzone per estraniarmi il più possibile dal resto del vagone. Cerco informazioni di questa guerra sui Tg e nei giornali dei miei ricordi. Trovo poco. Nulla a che vedere con il conflitto israelo-palestinese. Entrando nel dettaglio del messaggio di MSF, scopro che l’ONG umanitaria ha realizzato un apposito sito per questa situazione: “Condizione critica: voci dalla guerra nell’est del Congo“.
Prima ancora di iniziare a leggere gli articoli, vengo rapito dalle immagini. In home-page c’è il volto di una donna a cui segue la frase: “Da novembre, i colpi di fucile accompagnano le nostre giornate”. Scendo velocemente con lo sguardo e m’imbatto nelle foto di campi profughi. Titoli che raccontano di saccheggi e della diffusione di malattie.
Sono sempre più distaccato dai miei compagni di viaggio: neanche mi accorgo di una lite che si è accesa tra due passeggeri poco lontano da me. Apro l’articolo che parla di colera, ma esattamente come faccio con le riviste di cinema, scivolo su quello che posso cogliere d’istinto.
Ci sono tre foto grandi. La prima di queste ritrae una jeep semi-impanatanata nel fango. Dietro la macchina, colline verdi. Stacco gli occhi dal pc, e li immergo nel panorama italiano. Altre colline verdi. Vengo quasi tramortito da questa visione. Cerco frettolosamente di abbassare l’audio e lo sguardo.
Senza bisogno di leggere il pezzo, mi sembra di sentire le urla della gente che scappa. Mi pare quasi di sentire il rumore degli spari. E i più deboli che scappano per sfuggire alla brutalità di altri uomini. Tutto questo fra docili declivi ricoperti dal verde. Come davanti a me.
L’Africa sanguina ancora. Il mondo la ignora. Nel buio dei miei pensieri, rivedo le mie amate colline del Chianti e provo a immaginare come mi sentirei se vi succedesse lo stesso. Poi mi scontro con “Le persone sono state trasferite nei campi di Matanda, 25 chilometri a est di Ishasha dove si stima che si siano raccolti circa diecimila rifugiati”.
Che cosa mi rimane?



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