Dachau, una cittadina a pochi chilometri da Monaco di Baviera, ricordata dai libri di storia per quel campo di concentramento voluto dal regime nazista per la purificazione della razza ariana.
Le sue mura, le torrette di sorveglianza, i suoi luoghi di odio lasciati in piedi scampati alla rabbia della libertà con lo scopo di ricordare che più di 250 mila persone hanno perso la vita senza un perché. L’inquietudine, camminando in questi ambienti spogli, aumenta davanti a quell’ordine da museo che sovrasta ormai ogni angolo, quasi indispone, verrebbe voglia di cancellare una macchia di sudore che ci imbarazza davanti agli occhi degli altri.
Si arriva davanti a un portone ferroso, davanti alla sua frase beffarda ricamata a chiare lettere “il lavoro rende liberi”, e si capisce come la menzogna abbia ripagato le coscienze di quella parte di mondo che è rimasto a guardare davanti a queste folli atrocità.
Uno spiazzale immenso con il suo silenzio surreale, in lontananza il filo spinato lungo il perimetro con il suo prato ordinato a far da cornice, due file di alberi a tagliare in due quel quadrato perfetto come un binario che raccoglie le speranze e le attese dei viaggianti.
Le fotografie di uomini sconosciuti, persi tra le righe di storici, commentatori, opinionisti, economisti, cantautori, filosofi, professori si susseguivano come una vecchia diapositiva in bianco e nero, mentre ogni volto mi raccontava un sogno intrappolato timidamente in quelle orbite scavate. Non c’era modo per sfuggire a quella immobilità, come se il tentativo fosse ben riuscito, la volontà è di non far dimenticare.
Quel silenzio diventava più rumoroso quando i miei occhi tratteggiavano lentamente quelle gabbie di legno dove migliaia di uomini erano ammassati in attesa di un destino certo, lasciati a penzolare sul filo di una speranza che ci resta attaccata addosso finché anche l’ultimo respiro ossigena le vene, eppure quel mondo d’odio non è riuscito a sopprimere la vivacità dei disegni, la ricerca dei colori, la voglia di vivere e di evadere con i versi, la musica, la preghiera. Lo testimoniano i numerosi quaderni ritrovati all’interno del campo di concentramento. Forse davvero puoi uccidere un uomo ma non la sua anima.
Continuo la mia passeggiata, assorto tra i pensieri, con una mano a interpellare l’audio guida e con lo sguardo a catturare anche quei minuscoli particolari che danno lo spessore a un quadro monocromatico. In fondo trovo i vari monumenti religiosi costruiti in memoria delle vittime. Il terreno si fa più pietroso, quasi a voler svegliare sotto il sole cocente di mezzogiorno il turista più sbadato.
Raggiungo la struttura dove erano situati i forni crematori e la “doccia”, il silenzio è ancora più inquietante, si respira un’aria satura come se le voci di migliaia di gente si fossero sedute ad aspettare senza la minima voglia di fuggire da un luogo che le aveva tolto la possibilità di vibrare libere nell’aria.
Cammino più lentamente tornando sui miei passi verso l’uscita, mi allontano dal gruppo e prima di lasciare questo luogo di memoria chiudo gli occhi pensando a quante volte stupidamente leggiamo queste pagine di storia sui libri, o le riviviamo nelle opere cinematografiche senza che lascino una traccia indelebile nella nostra storia.
Ora sono in macchina, vedo dallo specchietto retrovisore scomparire le mura del campo alla memoria di Dachau e lascio per un istante la mia mente intrappolare in quello sguardo il suo prezioso silenzio.





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Ero con te, e quello che hai scritto mi ha fatto rivivere quelle emozioni.