Quale è la prima cosa che fa un rabbino ljiubavitch dopo aver poggiato le sue valigie nella terra che deve conquistare? Si prenota un posto al cimitero.
Una freddura tipica del collaudato umorismo ebraico ed una verità che solo una battuta può portare a galla: alla fine del ‘700 tra la Polonia, Ucraina, Bielorussia, Russia e Paesi Baltici vivevano quasi cinque milioni di ebrei.
Era la così detta zona di residenza, gabbia geografica progettata dagli Zar e messa in pratica dall’imperatrice Caterina II. La cittadina portuale di Odessa fu uno dei centri più popolosi ed avanzati di questa forzata riserva, guadagnandosi il soprannome di Porta del Sion.
Oggi questo è solo un ricordo.
Ma la nostalgia produce subito un aspetto positivo.
Racconta a Le Monde, Eduard Gurviz, sindaco ed esponente illustre della Comunità: “Il paradosso è che, mentre non abbiamo mai avuto così pochi ebrei ad Odessa, la vita della comunità è diventata molto più attiva”.
Anche il rabbino hassidico Avraham Walff sembra voler mettere l’accento su un altro paradosso: “Qui, ogni famiglia ha un legame molto diretto con la comunità, un cugino o una sorella sposati con degli ebrei, o qualche parente che ha partecipato ai pogrom”.
Per chi non lo sapesse i Pogrom furono le sommosse popolari antisemite e le successive devastazioni avvenute con il consenso o l’appoggio delle autorità.
Contraddizioni che legano la storia di due comunità.
L’oblio sembra però essere il peggior persecutore.
Walff ha fatto di questa verità l’inizio della sua missione: nato trentasette anni fa in Israele nel 1992 si trasferì in questa cittadina con l’unico intento di risollevare le sorti della Comunità residente.
“Sono come un gioielliere che taglia e pulisce i diamanti. Faccio splendere la bellezza degli ebrei di Odessa alla luce del giorno”, afferma con fierezza il giovane rabbino.
I risultati, anche grazie a donazioni internazionali, non si sono fatti attendere: aperti due luoghi di preghiera, tre scuole materne, due primarie, un’università economica, due rifugi per orfani, tossicodipendenti, prostitute e la fondazione di un giornale che esce con quindici mila copie.
Simbolo delle ritrovate radici è proprio la sinagoga di Shomrei-Shabbos.
Essa fu istituita all’inizio del ‘900, chiusa forzatamente dalle autorità del 1927 fino al 1992, oggi meta di ricongiungimento tra gli ebrei autoctoni e la propria tradizione.
Il rabbino nel suo indubitabile ottimismo fa trasparire anche tutte le difficoltà di un processo lungo e difficoltoso: “la maggioranza degli ebrei qui non è praticante, ma desidera l’iniziazione culturale e apprezza il legame identitario che si crea in questo luogo. La vita della comunità è diventata più intensa, ma resta sostanzialmente laica”.
Infatti chi cammina nel centro città non noterà nessun segno particolare che distingua nettamente la presenza di una comunità ebraica sul territorio.
Interrogando Alexandr Rozenbaum all’Istituto degli studi ebraici un passato di grandezza affiora dalle memorie storiche: “Alla fine dell’800 c’erano almeno 200 mila ebrei in città, 50-60 sinagoghe e luoghi di preghiera, dozzine di enti di beneficenza, due cimiteri”.
Se si conta che in tutta l’Ucraina ora gli ebrei sono solo 100.000 si capisce la tristezza di una popolazione svanita e ricordata solo da impolverate pagine di registri ingialliti.
Chi non è morto è partito, soprattutto i giovani.
Anatoli Kesselman confessa a Le Monde tutto il suo rammarico: “I miei amici sono partiti. Parlo con loro via Skype, promettono di venire qui, ma non arrivano mai. Mi mancano collaboratori giovani e competenti”.
Questo giovane 35enne è infatti a capo di un’organizzazione molto attiva nella comunità che aiuta circa 8.000 persone, il 75% di queste sono vecchi e poveri.
Sono proprio gli anziani coloro che custodiscono la memoria che rischia di perdersi.
Aiutare loro a vivere sereni crea una speranza per il futuro scongiurando l’oblio.
La missione è far vivere la memoria.





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