Emma Groves
«Ho undici figli e abito a Belfast. La mia storia comincia circa vent’anni fa.
Era il 1971, l’anno dell’“internamento senza processo”. A quel tempo le famiglie dei quartieri nazionalisti in cui vi erano ragazzi o uomini tra i quattordici e i quarant’anni si vedevano perquisire la casa due o tre volte la settimana. Gli arresti erano continui.
Alle cinque del mattino di un giorno d’agosto, il RUC e i soldati britannici arrivarono nella mia via. Quella volta portarono via un giovane di 28 anni che abitava vicino a noi. Sua moglie Mary era disperata, andai da lei per vedere se potevo esserle d’aiuto, farle una tazza di tè o vestire i bambini. Mentre mi trovavo a casa sua una voce per strada gridò: «Stanno arrivando i paratroopers!» (1).
Guardai fuori dalla finestra e li vidi apparire dal fondo della strada. Venivano avanti con fare molto aggressivo. Erano armati e continuavano a ripetere che nessuno poteva lasciare la propria abitazione. Davanti a ogni porta della via si appostò un soldato, per controllare che nessuno uscisse.
Lasciai Mary e tornai di fretta sui miei passi. La polizia, nel frattempo, era entrata in casa mia. Assieme a mio marito e ai miei figli mi fu ordinato di rimanere in un’unica stanza, letteralmente bloccati in casa.
Mi affacciai alla finestra della mia cucina. Quello che vidi fu molto deprimente: per strada non c’era nessuno, tranne i soldati. Era terribile stare a guardare, senza poter fare nulla: uomini e ragazzi venivano trascinati fuori dalle loro case con la forza. Alcuni erano riusciti a mettersi addosso in tutta fretta solo i pantaloni, altri erano senza scarpe, altri ancora venivano portati via seminudi, malmenati e picchiati. Ricordo ancora l’ultima persona che vidi: un uomo la cui testa veniva sbattuta ripetutamente contro un’autoblindo.
Ero sconvolta. Mi sentivo impotente. Non sapevo se mettermi a piangere o a urlare. Così dissi a mia figlia: «Per amor del Cielo, fammi ascoltare una canzone, così ci solleviamo un po’ il morale…» Lei scelse una bellissima ballata irlandese, Four Green Fields.
La musica era iniziata da poco quando, senza che io mi accorgessi, un soldato sbucò fuori da dietro un’autoblindo. Io, ancora affacciata alla finestra, guardavo nella direzione opposta, per cui non lo vidi arrivare. Giunto a pochi metri di distanza da dove mi trovavo puntò il fucile nella mia direzione e sparò un proiettile di gomma, colpendomi in pieno volto.
Improvvisamente per me non vi fu che il buio. Venni portata di peso fuori di casa con un asciugamano sul viso e caricata in tutta fretta sull’auto di un conoscente. I soldati, tuttavia, si rifiutarono di lasciarla transitare. Furono attimi terribili. Le mie figlie, in preda alla disperazione, non sapevano che fare. Mio marito fu costretto a rimuovere l’asciugamano e a mostrare il mio volto sfigurato e sanguinante. Solo allora i soldati acconsentirono all’auto di lasciare il quartiere.
Arrivai in ospedale in condizioni così gravi che dovettero asportarmi entrambi gli occhi.
Molte volte mi sono sentita chiedere perché quel soldato mi avesse sparato. In tutti questi vent’anni non sono riuscita mai a trovare una risposta. Non rappresentavo infatti alcuna minaccia per i militari che stavano effettuando gli arresti in quell’alba di agosto.
Per i miei familiari fu un’esperienza terribile. Né loro né i miei amici più cari riuscirono a trovare il coraggio per dirmi che sarei rimasta cieca. Fu Madre Teresa di Calcutta, in visita a Belfast, a venire al mio capezzale. Dopo avermi preso le mani nelle sue mi disse che non sarei più riuscita a recuperare la vista.
A quel punto desiderai solo di morire. Ero la madre di undici figli. Fino a quel momento avevo condotto una vita molto attiva. Non riuscivo ad accettare l’idea che non avrei più potuto rivedere i loro volti né occuparmi di loro, come avevo sempre fatto.
Una volta uscita dall’ospedale attraversai un lungo periodo di depressione. Una delle mie figlie più grandi dovette lasciare il lavoro per badare alla casa e diventare la madre dei miei figli, al posto mio.
I più piccoli non riuscirono a comprendere un cambiamento così improvviso nella persona che fino a quel momento si era presa cura di loro. Da un giorno all’altro si trovarono di fronte una donna costretta a letto, che non poteva muoversi. Mi era stata fatta una plastica facciale e applicati occhi di vetro. Vedermi in quello stato facevo loro paura. Per me fu un duro colpo quando me lo confessarono qualche anno dopo.
Col tempo, tuttavia, grazie all’aiuto della mia famiglia, dei miei amici e della preghiera riuscii ad accettare quel che mi era accaduto. Un po’ alla volta mi sforzai di ritornare a vivere una vita quanto più normale possibile. Pian piano imparai a percorre da sola il tragitto che dalla mia camera portava al bagno e alla cucina. Le pareti dei muri, gli spigoli dei mobili, le superfici delle porte mi facevano da guida. A poco a poco mi divenne familiare la posizione degli oggetti di uso più comune, come la pentola del tè, il frigorifero, la televisione, la dispensa. Riuscii di nuovo a far funzionare la lavatrice e persino l’aspirapolvere, ricominciando così a fare alcune delle cose che avevo sempre fatto.
Nel 1976 i proiettili di gomma, di cui ero stata vittima, furono messi fuori uso. Fino a quel momento avevano causato la morte di una persona e il ferimento di altre settanta. Vennero sostituiti dai proiettili di plastica. Lunghi dieci centimetri, con un diametro di circa quattro e il peso di 135 grammi, furono presentati come un più sicuro e meno pericoloso strumento di controllo della folla. Una volta sparati raggiungevano una velocità di oltre 250 chilometri all’ora. Proibiti sul suolo britannico, in quanto riconosciuti “pericolosi per la popolazione civile”, furono invece usati senza risparmio in Irlanda del Nord.
Nel 1981, al tempo dello sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, moltissime persone, anche coloro che normalmente non partecipavano alle manifestazioni di protesta, uscirono per le strade per esprimere solidarietà ai prigionieri. Il più alto numero di proiettili fu sparato proprio tra il maggio e l’agosto 1981, i mesi in cui Bobby Sands e gli altri nove detenuti si lasciarono morire di fame.
In quegli anni la maggior parte delle vittime dei proiettili di plastica furono bambini tra i dieci e i quindici anni. Brian Stewart, 13 anni, fu ucciso il 10 ottobre 1976 a Belfast da un proiettile sparatogli al volto da un soldato britannico. Sempre a Belfast Carol Ann Kelly, dodici anni, fu colpita mortalmente mentre stava tornando a casa dopo aver comprato il latte, nel maggio 1981. Paul Whitters, 15 anni, di Derry, morì nell’aprile 1981 a causa di un proiettile sparatogli alla testa da un agente del RUC. I feriti si contavano a centinaia.
Fu allora che decisi che dovevo fare qualcosa perché quei micidiali proiettili venissero aboliti. Nel 1982 venni a sapere che venivano fabbricati da un’industria americana. Così mi recai negli Stati Uniti assieme a mia figlia e a un ragazzo di diciotto anni di Derry, che aveva perso un occhio ed era rimasto sfigurato al volto. A New York riuscimmo ad avere un incontro con il direttore dell’industria, al quale illustrammo le conseguenze disastrose che l’uso dei proiettili da loro prodotti avevano in Irlanda del Nord. Dopo il nostro colloquio l’industria cessò di fabbricarli.
Tornata a Belfast cominciai a subire intimidazioni da parte di soldati e polizia. Dopo una lunga perquisizione la mia casa fu ridotta in uno stato disastroso e mia figlia venne arrestata.
Ero tuttavia decisa ad andare avanti, perché la gente continuava ad essere ferita e a morire a causa di quei proiettili. Gran parte delle persone non poteva più tornare a condurre una vita normale. Fratture, paralisi parziali, disturbi alla vista, attacchi di epilessia, lesioni permanenti al cervello erano le conseguenze più gravi.
I bambini erano i più indifesi. Nell’aprile 1982 un altro ragazzino (Stephen McConomy, undici anni) morì a causa di un proiettile sparatogli alla testa da un soldato britannico. Quando si comincia ad uccidere i bambini si provoca a un Paese la peggiore delle ferite.
Sempre nel 1982, su iniziativa del governo di Dublino, il Parlamento Europeo approvò una risoluzione che vietava l’uso dei proiettili di plastica in tutto il territorio della Comunità Europea. Tale divieto, tuttavia, fu del tutto ignorato dal governo britannico.
Poi arrivò quel terribile pomeriggio del 12 agosto 1984. Quel giorno si sarebbe svolta l’annuale manifestazione a ricordo dell’“internamento senza processo” del 1971: un appuntamento che faceva confluire a Falls Road migliaia di persone provenienti dai vari quartieri nazionalisti di Belfast e dal resto dell’Irlanda, nonché gruppi di solidarietà della Gran Bretagna, dell’America e di altre parti del mondo. Numerosi erano anche i giornalisti e reporter di emittenti televisive straniere.
Ricordo che faceva caldo ed era una bella giornata di sole. La manifestazione si svolse ordinatamente, in un’atmosfera di festa. C’erano tanti bambini per strada. Nell’aria si fondevano le note delle ballate suonate dai gruppi bandistici che accompagnavano la folla.
Al termine della manifestazione la gente si raccolse di fronte alla sede del Sinn Féin, ad Andersonstown, per ascoltare le parole di Gerry Adams. Molte persone si sedettero a terra. La via era stata bloccata con autoblindo del RUC e decine di poliziotti in assetto da guerra. Alle spalle dei manifestanti, sui tetti dei negozi e delle case, soldati con i fucili puntati sulla folla osservavano quel che stava accadendo. Dal cielo una telecamera, posizionata sotto un elicottero che stazionava sopra le nostre teste a bassa quota, riprendeva la scena.
Il rumore dell’elicottero era così assordante da rendere incomprensibili le parole di Adams. Così solo pochi riuscirono a capire che, dopo di lui, avrebbe preso la parola Martin Galvin, il rappresentante del NORAID (2), un’associazione americana a cui l’allora Segretario di Stato James Prior aveva negato l’ingresso in Irlanda del Nord.
In pochi secondi, nel tentativo di arrestare Galvin, agenti del RUC salirono sulle autoblindo, accesero i motori e cominciarono a muoverle in avanti, incuranti delle decine di persone ancora sedute a terra. Altri poliziotti si servirono dei manganelli per liberare la strada, colpendo indiscriminatamente uomini, donne e bambini a cui non era stato dato il tempo di alzarsi in piedi. Fotografi e reporter furono anch’essi picchiati e malmenati.
Fu allora che la polizia aprì il fuoco, cominciando a sparare uno dopo l’altro proiettili di plastica ad altezza d’uomo. Fu il panico. La gente, terrorizzata, non sapeva in che direzione fuggire. Molti cercavano di mettere in salvo i propri figli e raggiungere le strade laterali. Le decine di persone sedute a terra non poterono fare altro che appiattirsi al suolo, per rimanere al di sotto della traiettoria dei proiettili. Chiunque avesse tentato di alzarsi sarebbe divenuto un bersaglio.
Fu allora che John Downes, un giovane di 22 anni, fu raggiunto al cuore da uno di quei proiettili. Come mostrò una successione di tre fotografie che un reporter riuscì a scattare, in quei terribili attimi il poliziotto mirò al cuore, colpendolo da una distanza inferiore ai due metri. Sebbene fosse stato soccorso immediatamente Downes morì poco dopo, sull’asfalto di Andersonstown.
I feriti di quel tragico pomeriggio furono una ventina, colpiti da proiettili di plastica o finiti sotto le ruote delle autoblindo del RUC. Tutto questo era avvenuto a poche decine di metri di distanza da casa mia.
La morte di John Downes fu per me un punto di non ritorno. Le persone uccise dai proiettili di plastica a partire dal 1976 erano infatti salite a dodici. Capii che non avrei più potuto continuare la mia protesta da sola. Così, alla fine del 1984, assieme ai familiari delle vittime, a persone che come me erano rimaste ferite, a esponenti religiosi e a gente comune, diedi vita alla United Campaign Against Plastic Bullets (3), un organismo apolitico basato su principi umanitari.
L’obiettivo principale della United Campaign fu quello di fare quanta più pressione sul governo britannico affinché abolisse i proiettili, così come era stato richiesto dal Parlamento Europeo. Occorreva inoltre denunciarne la pericolosità. Chi non conosceva la realtà dell’Irlanda del Nord poteva infatti pensare che avessero le dimensioni di proiettili normali e che, essendo di plastica, fossero meno pericolosi. Non poteva inoltre immaginare che la polizia ne facesse un uso indiscriminato. Secondo le regole i proiettili dovevano colpire una persona solo dalla vita in giù, dopo essere stati fatti rimbalzare a terra. In realtà l’alta percentuale di ferite alla testa da essi provocate stava ad indicare la tendenza, da parte di soldati e polizia, a sparare i proiettili direttamente contro precise parti del corpo e da una distanza di gran lunga inferiore ai venti metri consentiti dal regolamento. Come ho già detto, John Downes era stato colpito mortalmente da un agente che si trovava a soli due metri da lui.
Assieme ad altri esponenti della Campaign portai la mia testimonianza nel corso di incontri pubblici organizzati in tutta l’Irlanda. Decidemmo poi di recarci all’estero. Fummo invitati in Olanda, Belgio, Norvegia, Italia, Svezia e Germania. Io stessa mi recai negli Stati Uniti due volte. Nelle mie condizioni di non vedente si trattava di un impegno gravoso, ma da allora l’ho sempre continuato.
Qualche tempo dopo venimmo a sapere che una fabbrica scozzese, la Bronx Fireworks, produceva proiettili di plastica. Per quattro anni una delegazione della United Campaign si recò in Scozia a tenere un picchetto di protesta fuori dai cancelli di quell’industria. Due anni dopo cessò di produrli.
Ora stiamo concentrando la nostra azione sull’Astra Holdings di Londra. La nostra speranza è che, prima o poi, anche quest’industria smetta di fabbricare i proiettili.
Dopo John Downes altri due ragazzi sono stati uccisi dai proiettili di plastica: Keith White (1986), un ragazzo di Portadown di ventidue anni, e Seamus Duffy (1989), quindici anni, di Belfast. Le vittime sono così salite a quattordici.
Far perseguire i responsabili rimane ancor oggi l’obiettivo più difficile da raggiungere. Dopo vent’anni nessun soldato è stato processato per avermi procurato la cecità totale. Non conosco il nome del soldato. Credo tuttavia che non sarebbe difficile identificarlo, se le autorità britanniche lo volessero.
In questi anni l’unico membro delle forze di sicurezza portato in tribunale è stato Nigel Hegarty, l’agente che ha ucciso John Downes. Nel corso del processo sono state presentate fotografie e immagini che mostravano in sequenza il momento della sua uccisione: le stesse immagini che migliaia di persone avevano visto in televisione la sera di quel tragico 12 agosto 1984. Eppure Hegarty è stato assolto, reinserito nelle file della polizia e, dopo breve tempo, promosso di grado.
Alle vittime dei proiettili di plastica vengono offerte ingenti somme di denaro. Il Northern Ireland Office mi ha assegnato 35.000 sterline. Ho sempre rifiutato quei soldi. Lo stesso hanno fatto altri familiari delle vittime. Non vogliamo denaro, ma giustizia».
Testimonianza raccolta nell’agosto 1990
Note
1 Reggimento speciale dell’esercito britannico.
2 Irish Northern Aid Committee (NORAID): organizzazione statunitense che sostiene la causa del Movimento Repubblicano irlandese.
3 “Campagna contro i proiettili di plastica”.
(Da: Silvia Calamati, Figlie di Erin. Voci di donne dell’Irlanda del Nord, Roma, Edizioni Associate, 2007).
"Qui Belfast. 20 anni di cronache dall'Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane" di Silvia Calamati - Edizioni Associate, 2008

Nella città del Bloody Sunday per vedere da vicino i simboli di una guerra che oggi sembra finita dopo quasi quaranta anni da quella maledetta “Domenica di Sangue”.

Nell’ottobre 1974, i “provos” dell’Irish Republican Army (IRA) mescolarono birra e profumi a sangue e gelignite: una bomba per l’Horse and Groome e un’altra nel pub Seven Star.

Ecco la storia di un uomo che per oltre venti anni ha lavorato in segreto, sidando la morte per cercare di unire ciò che l’odio aveva diviso.