Hanno fatto la fortuna di pellicole cinematografiche. Hanno riempito le tasche di registi e scrittori. Eppure la loro vita è segnata da cicatrici che non si rimargineranno facilmente. Cicatrici che purtroppo alle volte sono segno della sopravvivenza in terra straniera.
La violenza della strada che si fa spettacolo e che sembra non spaventare più la vecchia Grande Mela che sorniona ricorda con piacere queste ferite spingendole sui palchi di Broadway con il nome di West Side Story o Capeman.
“Fui recentemente intervistato a proposito del musical West Side Story e la mia principale osservazione fu quella di non aver mai incontrato nessun ragazzo appartenente alle gang che sapesse ballare”, parola di Lewis Yablonsky, professore universitario che più volte s’è occupato della tematica delle bande di New York.
Perché qui non è questione di infilarsi una calzamaglia (se non sul viso) ma quella di sopravvivere al completo abbandono, al perdere ogni valore, al mancare quel treno della speranza che ha messo in piedi questa terra delle opportunità: “In generale erano ragazzini alienati in cerca di una famiglia e ovviamente – continua Yablonsky – le gang potevano fungere da surrogato”.
E questi nuclei primari avevano nomi vari e variopinti quanto coriandoli a carnevale: potevi essere delle Lanterne Verdi oppure appartenere ai Duchi, ma anche perderti con gli Scorpioni e con i Domatori dell’Inferno, italianizzazione del molto più efficace e spaventoso Hellbenders.
Per molti di loro fu anche storia d’immigrazione. Dopo il secondo conflitto mondiale infatti emigranti latinos invasero i quartieri già occupati dai bianchi e dagli afroamericani. Una tela piena di colori che nel nome di una mutua protezione etnica creava gerarchie, loghi, vestiti esclusivi per distinguersi da chi era “altro” e a volte “nemico”.
Una via per vivere, per sentirsi sicuri, una via per trovare un’identità in un paese nuovo di fronte ad un futuro incerto. E pare anche che all’inizio queste sorta di “assicurazione sulla vita” fungesse solo da momento ricreativo per giovani immigrati. La puntina del disco e le feste continue però preludevano al futuro crollo nel mondo dei traffici illeciti.
“Ci fu una trasformazione delle gang da entità etniche aggregative ai gruppi che nei ’70 volevano penetrare nell’economia sotterranea della città – afferma Eric C. Schneider, autore di un libro sull’argomento – e così i ragazzini passarono dal combattersi con antenne delle macchine e coltellini all’usare armi che provenivano dai veterani del Vietnam ed eventualmente anche dall’eccedenza della produzione locale”.
Ricordi di un’America violenta. Ricordi che finiscono in libri come Vampires, Dragons, and Egyptian Kings: Youth Gangs in Postwar New York, oppure, come già detto, riempiono i palchi dei musical della luccicante Broadway.
New York ricorda New York. Pensieri lontani. Ma mai troppo.





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