La metropolitana di Londra è un mondo a sé, che ha una sua storia e una sua vita.
Una tra le prime stazioni ad essere aperte è quella di Moorgate street che fu la sede del “Moorgate tube crash” il 18 febbraio 1975. Un treno della Northen line ebbe un incidente proprio alla fine del tunnel, 43 persone morirono, per l’impatto e il soffocamento. E’ la seconda tra le maggiori perdite di vite all’interno del tube.
Al primo posto, sfortunatamente, c’è l’attentato del 7 luglio 2005. Comunemente chiamata “ 7/7 bombing”. Una serie di esplosioni di bombe coordinate che colpirono il sistema di trasporti pubblici, ad opera degli estremisti islamici.
Ore 8:50, tre bombe esplosero con un intervallo di 50 secondi l’una dall’altra, in tre treni della underground e una quarta in un bus alle 9:47. Morirono 52 persone in totale. Tra loro, l’italiana Benedetta Ciacci.
Quella non fu comunque la prima volta che la metropolitana di Londra venne presa di mira. Il Tube è anche il bersaglio di ladri e borseggiatori. E chiunque ne faccia uso sa quanto il pericolo di venir derubati sia sempre dietro l’angolo.
L’Underground regala comunque spettacoli unici e inattesi, soprattutto per chi la usa la prima volta. Come successe a me. Ero li, ferma a guardare i colori, le opere d’arte, murales e i mosaici e mi chiedevo, che senso ha, dentro una metropolitana, tutta questa bellezza?
Attualmente, il Tube sponsorizza e contribuisce all’arte grazie alla sua “Piattaforma per l’arte”. Molteplici stazioni sono state decorate con piastrellature, o murales, che descrivono temi storici, con questo e’ facile anche contraddistinguere le stazioni. Particolarmente bello e’ quello di Tottenham court road, un mosaico di Eduargdo Paolazzi, scozzese di origini italiane, che rappresenta l’industria della musica a Den Mark street.
Ma la metropolitana non si ferma solo all’arte ma anche alla letteratura con i “poemi dell’underground”. Il programma consiste nel proiettare una catena di scritti storici o classici, nomi come Blak e Shakespeare. Il programma fu lanciato nel ’86 da Judith Chernaik.




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